Cinema in digitale: meno pizze e più film
Mi è capitato di fare un servizio sui cinema di provincia e il passaggio al digitale. L’argomento mi incuriosiva, perché avevo letto in giro che l’addio alla pellicola (che scatterà dal primo di gennaio) aveva messo in crisi i vecchi cinema decidendone la chiusura. Diciamo subito che convertire una sala al digitale costa circa 60mila euro, che non sono pochi. Diciamo anche che c’è la possibilità di chiedere contributi pubblici, ma che questi coprono la metà della spesa e che tra chi li ha chiesti c’è chi li sta ancora aspettando da quattro anni. Detto tutto questo, però, l’impressione è che il passaggio al digitale sia stato più che altro l’occasione giusta per prendere una decisione dolorosa, ma già maturata. Di tutti i gestori che ho sentito (una decina) in due hanno deciso di chiudere i battenti. Uno lo aveva sostanzialmente già fatto da due anni, riprendendo le attività a singhiozzo e senza grosse prospettive. L’altro ha già sbaraccato tutto e messo in vendita il fondo, non tanto per il passaggio al digitale, che comunque non avrebbe fatto, quanto perché negli ultimi anni i suoi incassi si erano già dimezzati. Gli altri piccoli cinema si sono convertiti al digitale e hanno in programma di rilanciare le iniziative con le nuove opportunità offerte dal formato, che grazie alla trasmissione via etere non ha bisogno di «pizze» da noleggiare e farsi arrivare. In un caso, l’associazione che gestisce la sala, che tra l’altro ospita festival e incontri con gli autori del cinema italiano, ha lanciato un’operazione di crowdfunding per trovare i soldi e dotarsi di un videoproiettore che costa 5mila euro per proporre film in blu ray. In un paio di casi si è dimostrato fondamentale il contributo del Comune, che ha deciso di sostenere questo presidio di cultura e di condivisione. Alcuni hanno già iniziato a trasmettere eventi in streaming, comprese serate operistiche, nelle loro piccole sale di paese. Pensate, portare l’opera in paese. E si può fare anche con i concerti, con il teatro, con eventi sportivi e tutto ciò che può aiutare ad ammortizzare i costi. Perché poi, ovviamente, ci sono i film. E la distribuzione in digitale può cambiare molto le cose soprattutto per quei film che piacciono ai piccoli cinema la cui programmazione è scelta con cura artigianale dai loro gestori, attenti a quel cinema indipendente che rappresenta l’alternativa alla programmazione da botteghino del multisala. Senza più costi di stampa e di distribuzione fisica delle poche copie che una produzione indipendente poteva permettersi (il primo film di un regista che conosco uscì in quindici copie), un file duplicabile e scaribile rende il film proponibile ovunque, da subito. L’idea che mi sono fatto, quindi, è che una volta superato quello scalino dei 60mila euro (e in questo i contributi pubblici dovrebbero avere un ruolo importante, perché si tratta di una cosa importante) il passaggio al digitale sia una grande opportunità per i piccoli cinema. E per tutti quei piccoli centri che rischiano di perderli, convertiti non in digitale ma in supermercati o mini appartamenti.
Ecco perché il concerto di Springsteen è un’esperienza mistica
Ero a Padova per il concerto di Bruce Springsteen. Lo capisci subito quando ti trovi in mezzo a qualcosa di straordinario. E questa è una di quelle occasioni. Perché Springsteen non è un musicista. Non è un chitarrista, un cantante, un autore. È il Rock. È la personificazione di un’idea che non è soltanto musica ma che attraverso la musica prende forma. E vita. Sono cose che già sai e se non le sai le capisci ancora prima che inizi a suonare. Perché sai che il rock ha quella capacità magica e folle di appartenere a tutti allo stesso modo e quando ti guardi intorno vedi bambini, ragazzoni dal bicipite tatuato, teste rasate, capelloni ingrigiti con la faccia accartocciata dalle rughe, ragazze e mamme con le stesse magliette, signore che arrivano a passo lento e si fanno spazio dicendo «scusi» come fossero sull’autobus e pensi che abbiano sbagliato posto, che siano finite lì per errore oppure per accompagnare un nipote, e non puoi nemmeno sospettare il modo in cui tra qualche ora te le ritroverai in piedi a cantare Dancing in the dark come se non avessero mai fatto altro. Se è vero che la trasversalità generazionale del pubblico è un’unità di misura efficace quando si parla di capacità comunicative, qui siamo a valori massimi. Fuori scala. Il concerto non è ancora iniziato, da fuori arriva l’odore delle salsicce sulla piastra, potresti candidarti a qualche numero da circo per come ti sei mosso in mezzo a quella calca portando in mano due bicchieri di birra colmi fino all’orlo senza versarne una dannata goccia. Poi noti come un’onda che si muove in quell’ammasso di corpi che si sono stretti sotto il palco. È il momento. Lui arriva con quella camminata slow che sembra portarsi dietro una pentatonica. Chitarra acustica e armonica a bocca. E parte una versione di The ghost of Tom Joad che non appartiene a questo pianeta per il semplice fatto che su questo pianeta una chitarra, un’armonicama bocca e una voce non faranno mai quell’effetto lì. Ti dà l’idea che non esista niente di più potente, che seppure passasse da queste parti un missile si metterebbe paura di fronte a quel tizio solo sul palco e tornerebbe indietro. Poi la E street band si materializza. Manca qualcuno, ma durante la serata ci sarà modo di rivolgere un pensiero agli amici assenti. Corrono via più di tre ore di musica senza mai prendere fiato. Sono canzoni che fanno parte della tua vita. Le hai cantate e suonate con la tua chitarra un sacco di volte e hai capito quanto fossero grandi per il modo in cui ti facevano sentire. E pensi a cosa si possa provare stando là sopra, catalizzando tutta quell’energia, sentendosi addosso l’amore incondizionato di decine di migliaia di persone che stanno cantando le tue canzoni come se quelle strofe stessero parlando di loro. Forse, pensi, parlano davvero di loro. Forse è questa la tua magia. Tutti convinti che «un giorno, non so quando, arriveremo in quel posto dove davvero vogliamo andare e cammineremo al sole, ma fino ad allora i vagabondi come noi sono nati per correre». E tornando al tuo posto, un puntino invisibile in mezzo agli altri, ti chiedi: come accidenti si fa a non sentirsi Dio in quei momenti? Il concerto finisce e stanco morto esci dallo stadio canticchiando una delle ultime canzoni della serata. Ci vuole una birra per definire il momento e mentre la bevi, tornando alla navetta che deve portarti a dormire, senti che quello al quale hai partecipato (non assistito, come succede di solito: partecipato) non era un concerto, non era una serata come le altre che a un certo punto finiscono e te ne vai a casa aspettando la prossima. Senti che ti è rimasto addosso qualcosa. Che nonostante le tue gambe non siano più quelle di una volta, torneresti là dentro con la tua birra e ricominceresti tutto da capo.
Libri che non sono libri, bradipi, imposte e grappe ungheresi
E così si torna a parlare di Iva. Ovviamente, nel senso di aumento dell’Iva. Passando davanti a un telegiornale ho sentito specificare che l’aumento non riguarderà i soliti beni che godono di regimi fiscali agevolati perché ritenuti meritevoli di maggiore salvaguardia. Tra questi, i libri. Bene: non è vero. Ormai sarebbe buona pratica specificare, quando si parla di questo argomento, che a godere del regime fiscale agevolato sono soltanto i libri in edizione cartacea, per i quali l’imposta sul valore aggiunto è ferma al 4 per cento. Per i libri in edizione digitale, invece, l’imposta sul valore aggiunto è al 21 e, se si concretizzerà (come pare) l’aumento, dal primo luglio sarà al 22. Gli ebook costeranno di più, quindi (lo so: sono cifre piccolissime, ma è il principio che conta), oppure gli autori guadagneranno meno, chissà. Il tutto perché mancano tre miliardi di euro ai conti pubblici. Ora, non voglio dilungarmi sull’opportunità di chiedere questo ulteriore esborso ai cittadini (quando basterebbe acquistare qualche bombardiere in meno) e non voglio neppure ribadire che il valore aggiunto di un libro non dovrebbe essere sottoposto ad alcuna imposta (non voglio, ma l’ho fatto: artifici della retorica), il discorso qui è molto più terra terra: i libri digitali sono identificati attraverso un codice Isbn, che è un codice di identificazione per i libri. Sono libri. Per quale motivo, allora, devono pagare l’iva che pagano i software? Roba da matti. Per fornire una risposta a questa domanda, il commissario europeo per la fiscalità e l’unione doganale, il lituano Algirdas Šemeta, ha previsto una soluzione per il 2015. Quando si dice, i riflessi di un bradipo. Questo perché gli unici due paesi a rendersi conto che mettendo dentro un panino un pezzo di polistirolo quello non diventa mortadella, ovvero la Francia (che ha ridotto l’imposta sui libri digitali dal 19,6 al 7) e il Lussemburgo (che l’ha fissata al 3, facendo la gioia di Amazon che ha sistemato lì i propri server), sono stati addirittura sanzionati dalla liberista (a singhiozzo) Unione Europea per concorrenza sleale. Stessa sorte toccata ai materiali di efficenza energetica sui quali il governo britannico aveva abbassato le imposte, per favorirne l’uso negli edifici inglesi, e alla palinka ungherese, una grappa prodotta in casa la cui esclusione dalle accise farebbe tremare il mercato degli alcolici.
«Zona d’ombra» si prepara a entrare nelle librerie
E così Zona d’ombra uscirà in formato cartaceo. Se ne occuperà un editore vero: Edizioni Anordest, che porterà il mio romanzo sugli scaffali non più virtuali delle librerie tradizionali. Il libro rimarrà comunque anche in versione digitale su tutti gli ebookstore così come è adesso, sia attraverso il Kindle Direct Publishing sia con Narcissus. Un nuovo capitolo che aggiungo a questa storia con grande soddisfazione, da condividere con il gruppo dei beta reader che mi ha accompagnato, così come si fa con i software, dalla versione beta alla release definitiva distribuita in ebook. Mi piace ricordarlo perché se scrivere un romanzo è difficile, editarsi da soli è impossibile: serve uno sguardo diverso, qualcuno che ti faccia guardare al tuo lavoro da un altro punto di vista, che ti aiuti a osservarlo da fuori. Ecco perché, ribadisco, autoprodursi vuol dire occuparsi di tutti gli aspetti e non solo della pubblicazione, che è soltanto il passaggio finale. Questo è il percorso che ha portato Zona d’ombra su Amazon. I riscontri positivi e il passaparola tra blog e social network, grazie a tutti coloro che hanno speso qualche minuto del loro tempo per lasciare in giro nel web una recensione, una segnalazione, una condivisione o anche un semplice retweet, hanno fatto il resto, consentendo al romanzo di superare le tremila copie nei primi tre mesi e arrivare così all’attenzione di un editore che ha deciso di scommetterci sopra e portarlo in libreria. Mi piace ripercorrere il tutto non per boria, ma perché la considero una storia significativa, che conferma l’interesse con il quale gli editori oggi osservano il fenomeno del self publishing in una prospettiva di scouting letterario. C’era una volta chi aveva paura che il passaggio in digitale danneggiasse i libri.
Primo Maggio a Portella della Ginestra (da «Zona d’ombra»)
Quello che segue è il capitolo 16 del mio romanzo Zona d’ombra (disponibile in ebook su tutti gli ebookstore). Riguarda il Primo Maggio di molti anni fa, all’alba della nostra storia repubblicana.
Monreale, 29 aprile 1947
Sono passati due anni dall’ultima notte che Rudolf ha trascorso nella masseria del Capo. È tornato stanotte per partecipare a una riunione. Angleton non c’è. Ma ci sono altre persone che parlano americano. Adesso sono loro a garantire gli investimenti che già sono partiti. Lo chiameranno Piano Marshall ma sarà solo una facciata. In realtà i soldi saranno molti di più e non passeranno attraverso il governo italiano. Prenderanno altri canali i capitali privati che faranno il loro business.
Ci sono quelli della X Mas. Lo hanno salutato.
Ci sono molti uomini, armati, che parlano siciliano.
Ci sono persone che stringono la mano del Capo. Sono altri Capi.
C’è una persona che chiamano l’Onorevole. Ancora una declinazione della parola più amata.
C’è una banda di predoni mascherata da esercito separatista e pronta a trasformarsi in plotone di esecuzione.
C’è un patto segreto.
L’ossatura del Nuovo Ordine.
Rudolf è seduto in un angolo. Ascolta. Si tratta di pianificare.
Riunioni come questa sono un errore. Troppa gente. Se ne parlerà. Quando il lavoro che queste persone vogliono portare a termine sarà cosa fatta, questa riunione non passerà inosservata. E saranno problemi.
Il gruppo di Rudolf ha avuto un ruolo informativo. Lavorare con queste persone, però, è pericoloso. Non sanno muoversi.
Troppo rumore. In futuro, meglio evitare.
I Capi sono agitati. Qualcosa non è andato come avrebbe dovuto e i piani preparati insieme agli americani per il controllo della loro terra rischiano di sgretolarsi come un castello di sabbia.
Un’onda rossa sta per travolgerlo.
Nove giorni prima ci sono state le elezioni regionali. Il loro partito con lo scudo e la croce è crollato come un fantoccio. Adesso l’Italia è una repubblica e si ragiona su base percentuale. Quella della Dc è rimasta inchiodata attorno al venti per cento: solo 21 rappresentanti entrati nell’Assemblea, contro i 29 rossi. Quasi un siciliano su tre ha votato per il Blocco del Popolo: 29 per cento. Tra un anno ci saranno le elezioni politiche, le prime dell’Italia repubblicana. I contadini vogliono l’occupazione delle terre incolte. La fine del latifondismo. Il primo passo verso la rivoluzione socialista.
Devono essere fermati.
Gli americani hanno un loro piano.
I Capi ne hanno un altro.
I Capi hanno ragione. E la Sicilia smette di essere la quarantanovesima stella della bandiera americana. Non è più uno Stato degli Stati Uniti. Non farebbe comodo. Neppure agli americani. L’esercito separatista è una minchiata che nasconde altre cose. Cose peggiori.
Si fa come dicono i Capi.
C’è un uomo. Giovane. Bello. Ha la faccia larga come Mussolini e dicono che alle donne piaccia. È il colonnello dell’esercito separatista.
Un bandito. Un eroe. Un assassino.
Tre anni fa ha assalito da solo un camion dei carabinieri. Le voci sul suo conto sono molte. Un carabiniere è morto: non è stato il primo a cadere sotto i colpi del suo mitra. Tutti lo cercano. Vive in montagna, ci sono giornalisti che vanno a intervistarlo eppure le forze dell’ordine non sanno dov’è. Succederà altre volte, in futuro. Con altre persone. Ora, però, tutti guardano lui. Rudolf lo osserva.
Salvatore Giuliano.
Sarà lui a guidare l’assalto. Lui e la sua banda di delinquenti che diventano strumento di Democrazia. Su di loro ricadrà la responsabilità di tutto. Non c’entreranno niente gli americani. I Capi piangeranno la morte dei loro contadini. Undici, quelli che rimarranno a terra per sempre. Due bambini. Il loro destino viene ucciso in questa masseria. In questa riunione densa di fumo e di fuoco. In questa notte calda e luminosa.
Caricati dalla vittoria elettorale i contadini si ritroveranno per festeggiare il Primo Maggio vicino Piana degli Albanesi. In un posto dove fioriscono le ginestre. Il fascismo aveva proibito la festa dei lavoratori. Loro andranno a riprendersela.
Giuliano parla a voce alta. Ride. Agli americani non piace. Parla troppo. Non è affidabile. Non è prudente renderlo partecipe di quanto sta accadendo in Sicilia, perché questa terra è un laboratorio ed è pericoloso condividere con certa gente l’esito di certi esperimenti.
È chiaro che Salvatore Giuliano non vivrà a lungo. È un uomo feroce e coraggioso, ma non è abbastanza furbo per comprendere il concetto di dimensione. Quello che sta facendo non riguarda più la Sicilia. Qui si fa l’Italia. Non appena parlerà di memoriale, di appunti, non appena metterà a rischio certi segreti, uno strano proiettile lo ucciderà. La fotografia che lo ritrarrà a terra, morto, inaugurerà la stagione delle montature mediatiche.
Il suo braccio destro, Gaspare Pisciotta, morirà in carcere. Le loro confessioni non le troverà nessuno. L’esercito separatista della Sicilia scomparirà per sempre, inghiottito dalla storia.
Adesso Pisciotta gli sta accanto, appena un passo indietro. È più basso di lui. Ha i baffi. Il petto gonfio dell’orgoglio per essere lì, insieme ai Capi, a quegli strani americani che parlano di stabilizzare, a quel gruppo di italiani con la camicia nera.
A Portella della Ginestra ci saranno tutti. Un contadino che li vedrà arrivare sarà ritrovato morto in fondo a un pozzo. Tra quelle rocce sarà un brulicare di cecchini. Gli spari arriveranno da ogni direzione.
Lo stanno definendo adesso.
In questa masseria.
In questo momento.
È un atto solenne.
Nasce la Repubblica italiana.
Grazie di tutto, Partito Democratico
La cosa migliore di questi giorni di delirio totale sono stati gli otto voti a Claudio Sabelli Fioretti. Se esistesse ancora la classifica di Cuore sulle cose per le quali vale la pena vivere, un settennato del direttore si piazzerebbe a un buon posto. Finalmente un messaggio di fine anno diverso dalla solita supposta di Valium. Purtroppo non è andata così. Lo psicodramma andato in scena con il seppuku del Pd mi lascia come unica speranza quella che dopo il demenziale auto annientamento di questi giorni la storia di questo partito giunga finalmente alla sua conclusione. Un partito nato da una manovra di segreterie, che non ha mai avuto un’anima al di là di qualche slogan azzeccato, che non ha mai avuto una visione del mondo, che si è intricato persino con i regolamenti delle primarie (ce lo ricordiamo? Solo chi ha votato al primo turno potrà votare al secondo, anzi no: potrà votare anche chi al primo turno non c’era sempre che porti una valida giustificazione; no, «motivi familiari» non va bene), che quando ha avuto la possibilità di eleggere un presidente della Repubblica ha preferito usarla per far fuori i propri leader, che ci ha regalato una classe dirigente che è stata la cosa peggiore che potesse capitare alla sinistra dalla fine del fascismo, che altro dire: speriamo almeno sia stato l’atto finale. Perché dopo la decisione di non votare una personalità come Stefano Rodotà, per giunta proposta dal M5S, e di andare verso un Napolitano bis, insieme a Pdl e Sc, già puntato su Giuliano Amato non vedo quale altro disastro possa regalarci questo bizzarro partito. Persino gli esponenti del centrodestra non sono riusciti a nascondere l’imbarazzo per questo cupio dissolvi da film horror, il che ha contribuito a rendere ancora più avvilente quel senso di mestizia e incredulità col quale ho assistito al naufragio di questi giorni. Pensavo di aver già visto la massima espressione del tafazzismo l’anno in cui l’Inter, dopo una campagna acquisti senza precedenti, cambiò cinque allenatori in una stagione arrivando a un passo dalla retrocessione. Mi sbagliavo. E in quell’occasione i soldi usati per quello strepitoso risultato non erano i miei. Mavaffanculo.
Dieci miliardi di euro, scuole pericolanti, la Casta e gli F-35

Consulente governativo per gli F35
Quante cose si possono fare con dieci miliardi di euro? Tante. Secondo i promotori della campagna «Tagliamo le ali agli F-35» (qui il loro appello) ci potremmo costruire duemila nuovi asili nido pubblici, mettere in sicurezza le oltre diecimila scuole pubbliche che non rispettano la legge 626 e le normative antincendio, garantire un’indennità di disoccupazione di 700 euro per sei mesi ai lavoratori parasubordinati che perdono il posto di lavoro. A quanto pare, invece, il nostro governo sarebbe intenzionato a spendere quella cifra per acquistare novanta cacciabombardieri che, tra l’altro, secondo un rapporto diffuso dal Pentagono (qui un articolo del Messaggero) non avrebbero alcuna speranza in caso di conflitto con altre macchine da guerra volanti a causa di alcuni difetti nella struttura. In poche parole, sono dei cassoni. Il ridicolo è che il ministero della Difesa, a quanto pare, sarebbe in affanno con le bollette di acqua, luce e gas di palazzi, caserme e basi militari (qui un articolo del Sole24Ore). Non paga le bollette, ma compra novanta aerei da guerra (difettosi) a oltre cento milioni di euro l’uno. Ovvio che si tratta di un pegno da pagare. Sarebbe bello, però, se qualcuno, tra tecnici e saggi, ci spiegasse a chi e perché dobbiamo pagarlo, dato che a saldare il conto saremo noi, con ulteriori tagli ai nostri enti locali e quindi ai servizi con i quali ogni giorno misuriamo la qualità della nostra vita. Perché nel grottesco immaginario che si sta diffondendo (e anche qui dovremmo tutti chiederci perché e a vantaggio di chi) tagliare gli stanziamenti agli enti locali vuol dire colpire la Casta, spendere dieci miliari in aerei da guerra (difettosi) è invece un ottimo affare.
«Zona d’ombra» adesso anche in epub (e senza drm)
Zona d’ombra arriva in versione epub. Dopo un primo periodo (tre mesi) di permanenza nel programma Kindle Selected, che ha legato il romanzo ad Amazon in esclusiva, adesso la versione in formato aperto arriva negli altri store. Formato aperto, dicevo, perché il libro è rigorosamente “drm free”, privo cioè di quei demenziali strumenti di protezione che hanno l’unico effetto di rendere la fruizione di un ebook un percorso a ostacoli. Per la versione epub mi sono rivolto alla piattaforma Narcissus di Sbf, attraverso il programma che ha dotato il libro anche del codice Isbn. Il prezzo sarà lo stesso di quello fissato per Amazon, anche se sugli store nostrani l’Iva è al 21 per cento: il settuplo del 3 per cento che Amazon paga avendo il server in Lussemburgo. Nonostante, infatti, il libro digitale sia identificato attraverso il codice Isbn, che è il codice specifico per l’identificazione dei libri, ai fini fiscali un ebook è ancora considerato un software, per cui non può usufruire dell’Iva agevolata per i libri che nel nostro bizzarro paese è al 4 per cento. La questione ha superato i confini italici (entro i quali anziché affrontare questi sviluppi il legislatore si concentra su leggi che limitino lo sconto applicabile sui libri, garantendo interessi che non sono certo quelli del consumatore), ma l’Ue non si sta dimostrando di visioni troppo aperte su questo fronte, avendo deciso di sanzionare non solo il Lussemburgo ma anche la Francia, dove l’Iva degli ebook è stata parificata a quella dei libri di carta. Insomma, l’esatto contrario della logica. Comunque, torniamo a noi. Narcissus assegna all’autore il 60 per cento, al netto dell’Iva, del prezzo di copertina. I primi store ad aver messo in vendita Zona d’ombra in epub sono Ultimabooks (qui, dove è disponibile anche la versione in mobi), che è direttamente collegato con la piattaforma di Sbf, e BookRepublic (qui). Li considero i due ebookstore che più di tutti si avvicinano al modello di una vera e propria libreria online, esplorando nuove vie in cui tradurre in digitale il ruolo e la competenza del libraio. Spero sia possibile sperimentare nuove iniziative insieme a loro. Inizia quindi un nuovo capitolo dell’avventura digitale di cui vi terrò informati passo passo.
Uscire dal tunnel dell’approfondimento politico
C’erano una volta i vecchi film. Quelli che ti guardavi quando ti beccavi un’influenza. Una tazza di tè, un paio di fette biscottate, un plaid e qualche linea di febbre tanto per dissuaderti dal prendere un vhs e convincerti a deviare su qualcosa di meno impegnativo. Adesso non ci sono più. La proliferazione di programmi di approfondimento politico, nell’era della politica pop, ha tolto di mezzo i vecchi film dai palinsesti televisivi. Un programma di approfondimento politico costa poco, perché gli ospiti si accontentano di guadagnare un po’ di visibilità per promuovere sé stessi o il loro ultimo libro o la loro attività o il loro partito, e le scenografie sono volutamente scarne per ricordare un salotto popolare o al massimo uno studio quando le pretese sono più alte. Così alla mia ultima influenza ho fatto il pieno. Dopo le elezioni più inutili della storia repubblicana, che nel remoto caso in cui riescano a partorire un governo porteranno al massimo a una nuova legge elettorale per fare nuove elezioni, in vista delle elezioni del presidente della Repubblica e passando attraverso addirittura le elezioni di un papa (peraltro già santo da quando ha detto «buonasera») mi sono lasciato conquistare, rinunciando ai film anni Sessanta, da questo tripudio di commenti, previsioni, strategie e analisi. Il tutto ha poi assunto uno spessore psichedelico mano a mano che la linea di mercurio avanzava nella direzione sbagliata del termometro. La convalescenza post febbrile si è poi sviluppata in modo parallelo alla disintossicazione dai programmi di approfondimento politico. L’unica differenza è che per il mal di gola sono bastati gli antibiotici, mentre per guarire dalla dipendenza da percentuali e «motivi per cui alla fine il vero vincitore sono io anche se ho perso» ci vorrà più tempo. E la ricaduta è in agguato.
«Zona d’ombra», quasi una presentazione
A tre mesi dall’uscita su Amazon di Zona d’ombra (che a breve sarà disponibile anche in versione epub su tutti gli altri store online) mancava ancora la classica «presentazione del libro». Così, abbiamo deciso di ospitarla su Goodthing. Considerate pure questo breve incipit come un invito personale per partecipare all’evento e mettetevi comodi che ci sono ancora posti a disposizione.
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