Tannhauser è un luogo immaginario. Lo conosciamo solo grazie a quelle ultime splendide parole che il replicante Roy Batty ci lascia, come un testamento, nel momento in cui sente che la vita lo sta abbandonando. Come ex militare delle colonie extramondo ha potuto vedere con i suoi occhi cose meravigliose e lontane, tra cui questo posto dove ha visto i “raggi B balenare del buio”. Allitterazione indimenticabile. Credo sia un momento cinematografico di rara altezza, talmente forte da lasciarci un intero mondo in quelle poche parole. Da amante di Blade Runner ne ho seguito un po’ la storia, attraverso le varie versioni, e ho avuto modo di capire che attorno a quel breve monologo, diventato uno dei più importanti della storia del cinema, si incrociano storie e leggende, come accade in ogni cult. Il film è tratto dal romanzo di Philip K. Dick pubblicato in Italia con diversi titoli ma in originale Do androids dream of electric sheep? Un essere artificiale sogna esseri artificiali? E se un essere artificiale non sa di esserlo, cosa sognerà? Proprio il sogno è materia corrente nel film, soprattutto nella versione Director’s cut, in cui la scena dell’unicorno (sogno? ricordo?) offre una chiave di lettura soltanto accennata nella versione definita originale, quella che cioè uscì per prima nelle sale dopo che la produzione decise di modificare il finale. Nel romanzo non c’è traccia di quel monologo. Lo ha scritto lo sceneggiatore David Webb Peoples, al quale la produzione si affidò dopo gli interminabili dissidi tra un primo sceneggiatore, Hampton Fancher (che ha poi comunque continuato a seguire il progetto), e il regista, un promettente cineasta britannico che era al suo terzo film, Ridley Scott. Si dice che originariamente la sceneggiatura prevedesse un monologo più lungo, ma che sia stato poi Rutger Hauer a modificarlo, inserendo quel “come lacrime nella pioggia” che ne è uno dei passaggi più toccanti. Quando si dice che la scrittura è un processo collettivo, credo che si intenda questo.
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