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C’era una volta il web

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Annunciato il ritiro del comma 29 (vedremo se all’annuncio seguiranno i fatti), il Ddl sulle intercettazioni inizia a sembrare un provvedimento di gomma, da allungare e restringere in base al gioco di alleanze da mettere insieme. Un gioco di società, solo che al posto delle casette verdi e degli alberghetti rossi del Monopoli c’è la libertà di stampa. Merce di poco conto, da sacrificare o salvare a seconda delle esigenze del momento. La mobilitazione della rete, con lo sciopero di Wikipedia che ha fatto il giro del mondo, ha segnato un nuovo passo in avanti nella capacità del web di fare fronte alle aggressioni di chi vorrebbe una libertà di parola un po’ meno libera e con qualche parola in meno. E i tentativi sono quotidiani e arrivano da ogni dove. Fermato (per ora nelle intenzioni) il comma 29, arriva un giudice di Padova a impedire l’accesso ai siti che riportano nell’indirizzo del dominio una nota marca di giubbotti da paninari. Sequestro preventivo: nel dubbio, meglio oscurare. Di fronte al reiterato tentativo dell’Oligarchia di imporre a internet il suo Index, strani miasmi aleggiano nel web per alimentare le voglia di censura in un Far West normativo che una legge scritta nel 1948 dovrebbe governare. Sul tema si annuncia battaglia mediatica, ma striscia il rischio della diserzione politica. Stando ai dati di Openpolis dall’inizio della legislatura il governo avrebbe rischiato di andare sotto una volta su tre, ma c’ha pensato la cosiddetta opposizione con i suoi forfait a evitargli l’imbarazzo. Così, mentre Openpolis pubblica in rete i nomi degli assenteisti strategici, il web si conferma strumento del dissenso e in quanto tale è sempre sotto tiro. Torneranno alla carica. Su la testa.

La battaglia contro il comma 29 del Ddl sulle intercettazioni ha segnato un altro passo in avanti della rete. La mobilitazione trasversale di blog e siti di informazione ha ottenuto il ritiro di quella misura. Ma questa concessione è arrivata nella stessa seduta in cui si sono fatte ancora più strette le maglie per la pubblicazione di intercettazioni telefoniche. Tanto strette da provocare le dimissioni del presidente della commissione, il super avvocato Giulia Bongiorno, che in questi giorni ha fatto il giro dell’etere per l’assoluzione dell’ultimo dei suoi illustri assistiti, Raffaele Sollecito. La Bongiorno è lo stesso avvocato che al termine del processo a Giulio Andreotti ha esultato per l’assoluzione del Divo, mentre nella sentenza si legge che quanto «commesso» prima degli anni Ottanta è stato cancellato dalla prescrizione. Ma questa è un’altra storia. Quella che riguarda questo Ddl è infatti ancora un magma in continua evoluzione. Un provvedimento che ha da una parte lo scopo di evitare che i cittadini conoscano i loro politici per quelli che sono realmente, ma dall’altro anche quello di dosare pesi e misure per comporre, scomporre e ricomporre il delicato gioco di alleanze politiche che consente al circo di restare a galla. In altri termini è la storia di come di fronte alla disgregazione sociale ed economica del paese, le energie e le risorse politiche di chi dovrebbe governare questa fase drammatica del nostro tempo siano tutte indirizzate al problema della riservatezza dei potenti. Dicono che ci stiamo avvicinando alla Grecia, dove gli ospedali pubblici sono ormai a corto di medicine. Dicono che siamo alla fine. La nostra salvezza dipende da altri che devono avere fiducia in noi e aspettano segnali. E ci guardano increduli e un po’ intristiti per come di fronte a tutto questo la tenuta dell’esecutivo si giochi su un decreto legge che proibisca ai giornali di pubblicare le chiacchierate di chi dovrebbe occuparsi di salvare il paese e invece organizza serate, galanti ma a luci rosse. È la privacy, bellezza.

Quando si resero conto che il problema non era la privacy della prima classe, era troppo tardi

Giulio Anselmi, il presidente dell’Ansa, sostiene che il diritto alla privacy di chi governa non può coincidere con quello dei governati, è un po’ più ristretto. Fa l’esempio delle questioni di salute. Sacrosanto il diritto di tutti a tenere riserbo sulle proprie, ma se qualcuno si candida a governare è necessario che la gente sappia, per esempio, se è matto. Se non fosse per il tenore delle conversazioni intercettate (ricordiamolo: stiamo parlando di culi e tette) il discorso sulla privacy sarebbe anche interessante. Se non altro perché i concetti di privacy e diritto d’autore sono le chiavi più usate per legittimare l’ansia censoria di chi preferisce tenere nascosti i legami, e i metodi attraverso i quali si stringono, tra politici, uomini di spettacolo, imprenditori e giornalisti: very important person. Perché per il comune cittadino la privacy e il diritto d’autore (in senso lato, inteso come proprietà intellettuale di cioè che scrive e posta su internet, foto comprese) sono concetti che hanno subito una discreta rimodulazione senza che nessuno se ne sia interessato. Se io vado su un sito in cui vendono portatili, per esempio, il giorno successivo trovo nella mia casella di gmail la pubblicità relativa ai portatili. Se poi ne compro uno online, il giorno successivo mi arrivano messaggi pubblicitari sulle custodie dei portatili. Prendiamo Facebook. Attraverso i mi piace che sono invitato a distribuire  per la rete, in pratica faccio il lavoro di un ricercatore di mercato e fornisco gratuitamente al social network una selezione dei miei interessi, che per Facebook diventa denaro quando vende la mia attenzione a chi produce e vende quel tipo di interesse. Mi studia, elabora tutte le informazioni che io metto online e di cui rendo proprietario il social network. Mi dice chi potrei conoscere. Mi propone acquisti. Una mia conversazione telefonica sarebbe in grado di fornire molti meno dettagli sulla mia vita privata che non la traccia dei miei spostamenti nel web. Ma di fronte a questo nessun legislatore ha intenzione di tutelarci. Perché non è dei cittadini che si occupa l’Oligarchia. Sia mai. I cittadini vanno semmai convinti che la questione delle intercettazioni riguardi anche loro. Intercettazioni telefoniche in cui, questo non dobbiamo dimenticarlo, si parla di culi e tette, soldi e rapporti sessuali. Di collusioni, di malaffare. Roba da very important person, che per giunta non riguarda solo una fazione. E se di fronte ai riflettori su argomenti di questo tipo i professionisti della politica pop (cito ancora la definizione di Gianpietro Mazzoleni e Anna Sfardini) fanno sfoggio di dialettica eristica e gonfiano il petto, quando si arriva al dunque le cose cambiano. Per capirlo basta osservare i dati pubblicati in questi giorni da Openpolis. Un dossier sui lavori della sedicesima legislatura che elenca i casi in cui la maggioranza non aveva i numeri per adottare i propri provvedimenti ed è stata salvata dall’opposizione. Il documento si apre così:

Le cronache parlamentari riportano, spesso con un certo clamore, gli episodi, non proprio rarissimi, in cui la maggioranza governativa viene battuta in una votazione in Parlamento. È successo 100 volte dall’inizio della legislatura, su provvedimenti più o meno importanti. Di volta in volta i commentatori tendono ad interpretare questi fatti come sintomo di conflitti interni alla maggioranza, o come precisi segnali politici rivolti al Governo da parte di settori determinati. Può darsi. Mentre non si parla mai, tranne che in casi eccezionali, delle volte in cui la maggioranza, al contrario, “avrebbe potuto essere battuta” e non lo è stata per le troppe defezioni tra gli oppositori. E questa parte della vicenda, sebbene ignota, ha una portata di gran lunga maggiore.

"opposizione" responsabile

Per analizzare questi casi Openpolis ha tenuto conto soltanto di quelle votazioni in cui maggioranza e minoranza si presentavano come due schieramenti opposti e compatti, uno da una parte e uno dall’altra. Quelle occasioni in cui, cioè, i rispettivi esponenti si sono dati battaglia mediatica. In cui cioè l’opposizione si è schierata compatta contro i provvedimenti della maggioranza. E non sono stati considerati gruppi misti o transfughi. No, soltanto i parlamentari di opposizione. Ebbene, applicando tutti questi filtri, secondo i dati pubblicati da Openpolis le occasioni in cui i provvedimenti della maggioranza sono passati con un numero di voti favorevoli inferiore al numero dei parlamentari dell’opposizione (molti dei quali però quel giorno avevano altri impegni) sono il trentacinque per cento. Più di una votazione su tre. Questo non vuol dire che se tutti i parlamentari dell’opposizione fossero stati in aula quel giorno la maggioranza sarebbe stata automaticamente battuta. C’è sempre qualcuno che può essere richiamato al proprio dovere, magari qualche onorevole dal doppio incarico che scappa da un consiglio di amministrazione o da un festino improvvisato e arriva trafelato a dare il proprio voto. Non importa nemmeno sapere per cosa, tanto come votare glielo dicono mentre riprende fiato per la scapicollata. E può anche voler dire niente che tra i primi per numero di volte che con la loro assenza hanno consentito a un provvedimento della maggioranza di passare ci siano Pierluigi Bersani, Antonio Di Pietro e Massimo D’Alema. Può voler dire niente. Ma di certo dice che nei giorni in cui si sono svolte quelle votazioni, la maggioranza è rimasta maggioranza perché quegli onorevoli non sono andati a votare. Tra questi provvedimenti salvati dalla diserzione dell’opposizione c’è quello per il salvataggio di Alitalia, in occasione del quale 24 parlamentari di minoranza sono rimasti a casa, la riforma Brunetta sulla pubblica amministrazione, per opporsi alla quale non sono andati a votare in 94, il vituperato scudo fiscale di Tremonti, passato con 30 assenze alla Camera e ben 120 al Senato, la legge sulla sospensione delle demolizioni in Campania, che ha usufruito del forfait di 24 senatori. Sono dati che si riferiscono alle votazioni nell’iter conclusivo di una legge, quello che ne sancisce l’approvazione e la passa all’altro ramo del parlamento. Può voler dire niente. Ma per tutti quei provvedimenti la minoranza (chiamarla opposizione in questo caso è decisamente difficile) aveva annunciato battaglia, aveva sbraitato in televisione, aveva riscosso il plauso dei propri elettori. Poi è rimasta a casa. Torniamo alle intercettazioni.

Scuola di partito nella seconda repubblica

Lo stesso relatore del decreto, il berlusconiano Enrico Costa, sembra pronto a scommettere che la maggioranza potrebbe allargarsi ad altri settori, dato che il rischio di finire sputtanati sui giornali è comune a tutti gli schieramenti. Lo scenario che potrebbe aprirsi è quindi il solito. Gran bagarre, urla e cazzeggio in televisione, sfoggio di dialettica eristica più o meno involgarita dai costumi odierni, recriminazioni, applausi. E poi, in cinque minuti il provvedimento che passa per una manciata di voti e due terzi del parlamento che sono rimasti al bar a mangiare cornetti alla crema con lo sconto per deputati e senatori. I dati di Openpolis dimostrano che questo è avvenuto una volta su tre, anzi qualcosa di più, dall’inizio della legislatura. E allora? Allora torniamo per un momento al comma 29, quello che prevedeva il bavaglio per la rete. La mobilitazione su internet è stata forte. Lo sciopero di Wikipedia ha costretto ad occuparsene persino chi per la stizza di essere costretto a scriverne ha cercato fino al ridicolo di minimizzarne la portata. Attenzione, come ricorda la stessa Wikipedia in questi giorni in cui ha ripreso le trasmissioni, il Ddl è sempre lì e al di là di indiscrezioni e buoni propositi anche il comma 29 è sempre lì. La rete ha dato una prova di forza, l’Oligarchia ha dato segnali di ricezione ma la faccenda è ancora aperta. Non è scongiurata in via definitiva la possibilità di equiparare i siti internet ai giornali sulla questione della rettifica. Riporto le stesse parole di Wikipedia per spiegare il provvedimento:

Tale proposta di riforma legislativa, che il Parlamento italiano sta discutendo in questi giorni, prevede, tra le altre cose, anche l’obbligo per tutti i siti web di pubblicare, entro 48 ore dalla richiesta e senza alcun commento, una rettifica su qualsiasi contenuto che il richiedente giudichi lesivo della propria immagine. Purtroppo, la valutazione della “lesività” di detti contenuti non viene rimessa a un Giudice terzo e imparziale, ma unicamente all’opinione del soggetto che si presume danneggiato. Quindi, in base al comma 29, chiunque si sentirà offeso da un contenuto presente su un blog, su una testata giornalistica on-line e, molto probabilmente, anche qui su Wikipedia, potrà arrogarsi il diritto — indipendentemente dalla veridicità delle informazioni ritenute offensive — di chiedere l’introduzione di una “rettifica”, volta a contraddire e smentire detti contenuti, anche a dispetto delle fonti presenti.

Come questo dovrebbe poi tradursi in fatti nella mente di chi ha partorito una cosa del genere è ancora tutto da vedere. Agli estensori della legge farebbe bene, per esempio, connettersi a internet e leggersi questo articolo di Mario Tedeschini Lalli, in cui il giornalista spiega tra le altre cose:

L’articolo della legge in questione non chiarisce bene (e non può chiarire) a chi si applicherebbe la norma. E’ evidente che si applicherebbe a un eventuale sito in italiano, residente su un server ospitato in Italia. Probabilmente si applicherebbe anche a un sito in inglese, residente su un server ospitato in Italia. Ma se il server fosse all’estero?

e ancora:

Pensiamo poi al fatto che Wikipedia è prodotta ed edita in decine e decine di lingue oltre all’italiano, perché il legislatore e un domani il giudice dovrebbero preoccuparsi solo delle smentite su pagine scritte in lingua italiana? Allora perché Wikipedia non “chiude” anche le pagine in inglese, francese, swahili…? O dobbiamo supporre che la legislazione italiana presente o futura si rivolga solo a contenuti in lingua italiana? Ci staremmo inventando così il concetto di giurisdizione definita da un parametro culturale, antropologico e non geografico o giuridico.

 e infine, una volta per tutte:

Nel caso specifico, come questo blog ha già più volte affermato, il problema non si risolve facendo rientrare i “siti informatici” nell’alveo della “stampa” ex lege 1948, ma semplicemente abolendo tutta o gran parte della legge del ‘48, creatrice solo di paradossi in un mondo dove tra stampa e non stampa è ormai impossibile distinguere.

Il rapporto del nostro legislatore con internet è in questo momento a livello di superstizione, prima di arrivare a un livello scientifico dobbiamo ancora passare attraverso numerosi fasi intermedie. Come ci ricorda Guido Scorza in questo articolo su Cado in piedi:

C’è da ricordare che noi siamo anche l’unico paese nel quale 4 top manager di Google sono stati condannati per avere consentito a una ragazzina di postare un video che non avrebbe in realtà mai dovuto essere girato, ma che pure è stato girato in una scuola italiana, quindi alle originalità di questo paese quando si tratta di Internet, soprattutto quando si parla di informazione che corre su Internet, spiace dirlo ma cominciamo a abituarci.

«E a cosa servirebbe questo "server"?»

Il ritiro del comma 29 per il momento è soltanto annunciato, ma in attesa di conoscere la piega degli eventi, comunque, lo sciopero di Wikipedia ha segnato il passaggio a una nuova fase, a una nuova capacità di mobilitazione della rete per difendere se stessa da leggi bavaglio e limitazioni alla libertà di espressione e di informazione.  Ma appena uno scoglio sembra aggirato, ecco che ne appare un altro. E nella deprimente storia del rapporto che il nostro paese ha con internet arriva un nuovo delirante capitolo firmato da un giudice del palazzo di giustizia di Padova. Come spiega questo articolo di Alessandro Longo su Repubblica, la Moncler (quella del piumino dei paninari) ha chiesto al tribunale l’oscuramento di cinquecento tra siti e domini internet che avevano la parola moncler nel loro indirizzo web. Questi siti non sono più raggiungibili dall’Italia. In realtà, ho digitato amici del moncler nel motore di ricerca di Google e tre risultati su quattro erano raggiungibili. Quindi, o del provvedimento del giudice se ne sono sbattuti, oppure i siti che riportano il nome moncler nell’indirizzo sono un po’ di più. Il provvedimento, però, a quanto pare esiste. Stando a quanto riportato da Repubblica si tratta di un sequestro preventivo per i reati di introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi (articolo 474 del codice penale) e vendita di prodotti industriali con segni mendaci (art. 517). Il punto è che il comportamento ritenuto lesivo e quindi censurabile non è la vendita di prodotti con il marchio falso, ma la semplice citazione del nome del prodotto. Secondo questo giudice, insomma, io non avrei il diritto ad aprire un sito ilmotivopercuinonmipiaceilmoncler.it. E perché non dovrei avere il diritto di spiegarlo? Bazzecole. Che però hanno se non altro il merito di ricordare che la rete è sotto continuo attacco. Ed è per questo motivo che lo sciopero di Wikipedia ha segnato un passaggio importante. Perché la rete ha risposto. Ha fatto pressione, raccordando tensioni diverse rivolte al comune scopo di tutelare la libertà di espressione del web. Un mondo, sebbene virtuale, tutt’altro che a senso unico. E questo è bene ricordarlo. Perché agire in tutela della libertà di espressione del web vuol dire difendere anche pagine come quella di Nonciclopedia dedicata a Primo Levi, per esempio, che non mi va di linkare ma che trovare è abbastanza facile. È importante trovare in queste pagine un merito, quello di ricordarci che internet è uno strumento, non un valore in sé. Wu Ming 1 in questo articolo invita a defeticizzare la tecnologia. Perché la tecnologia è uno strumento e deve essere usata. Ma l’uso che se ne può fare non è a senso unico. Esiste anche l’uso sbagliato. Come la satira, per restare in argomento con il caso di Nonciclopedia, non può essere letta senza avere chiaro quale sia il pensiero che la esprime. Le vignette sugli ebrei pubblicate nei quotidiani della Germania nazista erano satira? Se non lo erano vuol dire che non tutto può essere satira, se lo erano vuol dire che non tutta la satira è una cosa buona. In sintesi, che la satira è uno strumento e può essere usata in modi e per scopi diversi, di cui non si può non tenere conto. Perché non farlo equivarrebbe a spegnere la nostra capacità critica e contestualizzante per affidare il nostro giudizio a semplici schemi di pensiero esposti a pericolosi cortocircuiti logici.

Ecologia della rete

Difendere la libertà del web vuol dire anche farne un uso consapevole e ragionato. Ogni singolo gesto, anche un misero retweet. Adeguarsi a chi semina falsità e pulsioni maleodoranti vuol dire dare una mano a chi ogni volta prova a imporre un bavaglio, legittimarlo. E ci provano di continuo. Perché la rete è lo strumento attraverso il quale il dissenso può assumere struttura e prospettiva. Il dissenso rivolto a un marchio commerciale, come quello rivolto a una classe politica ormai logora e compromessa. In una società costruita dalla televisione commerciale, che è uno strumento diretto dall’alto, nel quale sono stati imposti simboli, marchi, necessità e comportamenti l’impatto con uno strumento che si autogestisce e codifica quel dissenso può essere dirompente. Perché restituisce il pensiero e l’espressione del pensiero a quello che Giovanni Sartori definì l’homo videns, che vittima del mezzo televisivo aveva perso la propria capacità di astrarre un concetto da ciò che vedeva e quindi ha trascorso decenni ad assumerlo in modo passivo. E la recuperata capacità di esprimere dissenso pesa. Perché il dissenso pesa. Lo ha dimostrato la vicenda del comma 29. Lo ha dimostrato il modo in cui dalla rete la prova di forza è passata agli altri media. Perché il principio della tutela dell’informazione deve essere unico, declinato in forme diversa, ma monolitico. Perché quel Ddl non è solo il comma 29 ma è anche il carcere per i giornalisti che pubblicano intercettazioni telefoniche. Il carcere per i giornalisti che pubblicano notizie. E questo in un paese che secondo il rapporto del 2009 di Freedom House (organizzazione governativa degli Stati Uniti) si trova al settantatreesimo posto, classificato come semi libero. Ecco perché quel dissenso deve continuare a pesare anche oltre il comma 29. La mobilitazione che ha attraversato il web non deve mollare la presa adesso, perché le prossime settimane potrebbero essere decisive su diversi fronti e in gioco c’è ancora molto. Deve essere pronta a disintegrare ogni tentativo di limitare la libertà di informare ed essere informati. La libertà di partecipare. Deve restare col fiato sul collo non solo a chi governa ma anche a chi dovrebbe opporglisi. Perché quando i banditi indossano giacche costose, gli sceriffi sono sempre tutti sul loro libro paga. E sono abili a confondere leggi e pistole.

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