TANNHAUSER

Triste storia di luoghi comuni

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Di alluvioni è tristemente ricca la nostra storia. In Toscana, dove vivo, la gente ne ricorda diverse. L’altro giorno, mentre stavo comprando il pane, una signora mi ha raccontato di quando a pochi anni trascorse la notte sul tetto di casa, con i genitori che la tenevano per le mani, mentre attorno a loro scorreva un fiume di fango. Certo oggi il clima sarà anche impazzito, tra meduse tropicali e ghiacciai che si squagliano, ma di disastri dovuti al maltempo ce ne ricordiamo parecchi e accadono oggi le stesse cose che accadevano quando il clima era ancora sano di mente. Questo perché non perdiamo mai la pessima abitudine di pensare che il male arrivi sempre da fuori, che sia imprevedibile o che come la collera divina arrivi all’improvviso a ripulire antichi peccati. E ogni volta va in onda il caro vecchio finale consolatorio in cui è sempre il destino cinico a baro a infliggerci i suoi colpi peggiori. Assumerci le nostre responsabilità, invece, vorrebbe dire fermarci un paio di giorni a fare i conti dei condoni edilizi, delle grandi opere che hanno massacrato il territorio, delle cementificazioni, delle cave, delle gallerie che hanno sventrato montagne per infilarci dentro treni ad alta velocità. Ma questo non per fare il mea culpa e inginocchiarci sui ceci secchi a chiedere perdono. Verrà il tempo in cui i responsabili dovranno chiedere scusa e chi crederà ancora nell’etica del perdono potrà conceder loro il proprio. Fermarci un paio di giorni a capire cosa abbiamo fatto noi tutti direttamente, ognuno nel proprio piccolo, e i governanti ai quali noi tutti abbiamo affidato il nostro territorio servirebbe a rinunciare a quell’idea cretina di sviluppo che passa sempre solo e soltanto attraverso la costruzione della Grande Opera che crea lavoro. Se il Titanic sul quale stiamo viaggiando si salverà dal naufragio (e non è così scontato che ce la faccia) avremo l’opportunità di comprendere gli errori compiuti, le ferite inferte al territorio che non si rimargineranno mai più. Se questa consapevolezza riuscirà a farsi strada nel nostro pensiero collettivo, quando qualche amministratore proporrà di costruire ponti, autostrade, gallerie e altri monumenti al dio del cemento magari riusciremo a renderci conto che l’unico sviluppo che tutto questo può garantire è quello dei conti correnti di chi va a costruire, pagato con i nostri soldi e con il nostro ambiente. Lo so, sono luoghi comuni. Talmente comuni che ancora si vincono le elezioni con le Grandi Opere, convincendo le persone che farsi passare un’autostrada sopra la testa può portare loro incredibili vantaggi economici. Luoghi talmente comuni che ogni volta la necessità di realizzare la Grande Opera è ribadita da maggioranza e opposizione, come per il treno ad alta velocità che ha massacrato l’Appennino toscoemiliano, deviando il corso di fiumi e prosciugando falde acquifere. È la nostra storia. Quella che ha reso anche i disastri dei luoghi comuni.

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Written by Riccardo

8 novembre 2011 a 15:38

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