TANNHAUSER

Dove il folle diamante risplende ancora

with one comment

copertinamariRosso Floyd è un libro geniale scritto da Michele Mari. È un oggetto narrativo difficile da identificare. Non poteva essere altrimenti, dato l’argomento: Syd Barrett.
La storia del rock è costellata di icone immortali. Tra tutte, quella di Syd Barrett è forse l’unica che ha iniziato a risplendere di luce propria mentre la persona che le ha dato il volto era ancora in vita. Il mito di Barrett non si è alimentato della sua morte, non ha avuto tributi funebri e beatificazioni. Mentre il culto di Barrett cresceva, lui era sempre lì, ad osservare ormai dall’esterno quella che sarebbe rimasta per sempre la sua band. E la sua band, che per sopravvivere aveva dovuto liberarsi di lui, ha continuato sempre a sentire su di sé il suo sguardo. La storia inizia in quella nebulosa quanto prolifica scena londinese degli anni Sessanta. Il genio di Barrett ispira i Pink Floyd. I loro show dal vivo sono eventi che sfiorano il mistico. Sono qualcosa di mai visto né sentito. Tutto questo viene condensato in un album che esce nel 1967. Si intitola The piper at the gates of dawn e contiene come uno scrigno tutta la visione di Barrett, raccontata da brani epocali come Interstellar Overdrive o Astronomy Domine. Poi accade qualcosa.

sydmari

Syd

Sono state avanzate molte ipotesi su quale sia la malattia che ha colpito Barrett. Schizofrenia, depressione. Di certo l’uso di droghe psicotrope ha un ruolo di rilievo. Qualcosa in lui, dopo il primo album, si è rotto. Non funziona più. Durante i concerti è assente, appoggiato da una parte, seduto accanto a un amplificatore, con la chitarra scordata. Gli altri gli affiancano un suo vecchio amico, David Gilmour. Ma Syd non rientra dalla sua orbita e gli altri quattro, una sera, mentre stanno andando a suonare per un concreto, decidono di non passarlo a prendere. Almeno così si racconta. Questo distacco e il senso di colpa e di impotenza che ne consegue segna la storia del gruppo. La follia sottrae Barrett ai Pink Floyd nel 1968, l’anno in cui esce A saurceful of secrets, al quale Barrett partecipa solo in parte. Ma è con l’uscita di questo secondo album che l’umanità si divide in due: da una parte chi sostiene che i Pink Floyd siano finiti con l’allontanamento di Barrett e dall’altra chi sostiene che i Pink Floyd siano iniziati con l’allontanamento di Barrett. La verità racconta da Michele Mari, in questo libro strepitoso, sta nel mezzo.

Rosso Floyd è un racconto strutturato come un documentario in cui ogni testimone prende la parola. Ogni capitolo è un monologo. Parlano tutti: Gilmour, Waters, Mason, Wright. Ma parlano anche gli altri, da Bowie a Geldof fino a un certo Arnold Layne al quale l’uscita dell’omonima canzone firmata da Barrett ha rovinato la vita. Ci sono testimonianze dall’aldilà. Attraverso un poderoso lavoro di documentazione, Mari ricostruisce la storia della band trasformando persone reali in personaggi di un romanzo corale fatto di episodi biografici contaminati da elementi fantastici, magici. Gilmour seduto in cucina che viene toccato dallo spirito di Barrett mentre le sue dita estraggono dalle corde della sua Fender l’arpeggio di quattro note che consegnerà alla storia della musica rock il brano Shine on your crazy diamond. Perché Barrett è sempre presente. Lo spirito guida che non lascia mai il gruppo. Però Barrett è al tempo stesso un ragazzo invecchiato male il cui allontanamento alimenta un senso di colpa devastante che contamina l’intera produzione artistica della band.

mari

Mari

The dark side of the moon è un album sulla follia, Wish you were here è forse quello più direttamente incentrato su Barrett, persino The Wall è letto come la storia di una rock star (che nel film ha il volto di Bob Geldof) e del suo progressivo rinchiudersi in un muro fino al giudizio finale in cui viene riconosciuta la sua pazzia. È per questo che tra chi ritiene che l’allontamento di Barrett sia stata la fine dei Pink Floyd e chi ritiene che quel momento sia invece l’atto fondante della band la verità di Mari sta nel mezzo. Perché il distacco tra Barrett e i Pink Floyd è il tema attorno al quale si muove la produzione della band. La perdita di Barrett e del suo genio diventa l’essenza stessa della poetica dei Pink Floyd. Un’eredità messianica. Barrett ha fondato la band, le ha dato il nome, ma è il suo sacrificio (vieni, oggetto di risate lontane, vieni sconosciuto, leggenda, martire, e splendi) il trauma dal quale la band trae ispirazione per i lavori più importanti della propria produzione.
Sono arrivato a questo libro perché amo i Pink Floyd. Questa band è una di quelle cose che ho ereditato da mio padre e che spero di trasmettere a mio figlio. Retaggi psichedelici. Ma credo che non sia necessario avere questo rapporto con la band per apprezzare il libro di Mari. La sua è una scrittura perfetta. E il modo in cui il fantastico si confonde al reale e il biografico all’opera di fantasia, creando un unico fluido narrativo, è qualcosa che rende questa esperienza di lettura davvero unica. Non ho più una libreria su Anobii perché per pigrizia non riuscivo mai ad aggiornarla dando il dovuto risalto ai libri che ho amato di più, ma se ce l’avessi ancora di certo aggiungerei questo libro assegnandogli tutte e cinque le stellette luccicanti. Quelle che a Barrett piacevano tanto.

Pubblicato su Goodthing (www.goodthing.it)

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Written by Riccardo

14 aprile 2012 a 15:59

Una Risposta

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  1. devo assolutamente leggerlo :)

    59igiul

    26 maggio 2012 at 14:16


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