Siamo ancora l’Italia del dodici dicembre, come ha detto per la prima volta Francesco De Gregori in questa canzone di qualche anno fa. Lo siamo dalle 16.37 di quel venerdì pomeriggio del 1969, quando una bomba nel salone centrale della Banca nazionale dell’agricoltura a Milano, in piazza Fontana, provoca la morte di diciassette persone, quattordici sul colpo, e più di ottanta feriti. Rimarremo l’Italia del dodici dicembre finché su quanto avvenuto quel giorno non sarà fatta chiarezza. Finché non ci saranno nomi e cognomi. Esecutori e mandanti. Quindi forse rimarremo per sempre l’Italia del dodici dicembre. E non solo del dodici dicembre. Rimarremo anche l’Italia del 27 giugno (1980) e di tante altre date attorno alle quali si addensano punti interrogativi, omissis, depistaggi: verità negate. Ma mi piace pensare che finché ci sarà memoria di questi fatti, chi ha voluto negare quelle verità non avrà vinto del tutto. Su BookRepublic, per la collana in collaborazione con L’Unità che offre due ebook a tre euro complessivi, è uscito Il cuore occulto del potere di Giacomo Pacini (qui trovate il bookpack in offerta). Avevo già avuto occasione di leggerlo in cartaceo, qualche mese fa, mentre mi occupavo di una cosa di cui spero di poter parlare presto su questo schermi. È un libro molto interessante. Come molto interessante è questo post di Daniele Biacchessi pubblicato sul suo blog Italia in controluce e poi ripreso su Cadoinpiedi.it. Buona memoria.
Archivi delle etichette: anni di piombo
Prima che sia troppo tardi
Nelle principali piazze dell’Occidente è andato in onda il primo capitolo del post capitalismo. L’idea che la storia fosse finita in un modello economico e sociale privo di margini di miglioramento si è sgretolata in via definitiva sotto la pressante richiesta di un modello economico e sociale che deve essere ripensato partendo dal basso. Questo sarebbe dovuto accadere anche nel nostro paese. Una moltitudine di pensionati, precari, studenti, artisti, cittadini che portava con sé quelle istanze di ripensamento globale è scesa in strada per parlare di questi argomenti. Ma la sua voce è stata spezzata. Quella moltitudine è stata dispersa e ridotta al silenzio da una guerriglia urbana che non è avvenuta in nessun altro paese. Centinaia di guerriglieri incappucciati hanno messo sotto assedio la manifestazione che un corteo di duecentomila persone avrebbe voluto raccontare. Si sono prima divisi a piccoli gruppi, mimetizzandosi in mezzo agli altri manifestanti. Lungo il percorso verso piazza San Giovanni hanno spaccato qualche vetrina, distrutto qualche bancomat, incendiato qualche auto. Ma è in piazza San Giovanni, il luogo simbolo del culto del lavoro consacrato dalla sinistra, che quell’armata si è ritrovata per il gran finale. E il delirio che si è scatenato ha ingoiato tutto il resto. Rimettere insieme i pezzi di quella che doveva essere una grande manifestazione, un nuovo punto di partenza, e che è invece stata una catastrofe assoluta, vuol dire non solo interrogarsi sui madornali sbagli che sono stati commessi da tutte le parti, ma anche impegnarsi in una riflessione che guardi a questo deragliamento in modo critico. Che serva a guardarci dentro. Uno dei miei album preferiti da sempre si conclude con queste parole: per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti.