Avendo inaugurato questo blog con un post dedicato a Blade Runner (da cui il blog prende anche il nome, come potete leggere qui), mi corre l’obbligo di segnalare l’ingresso della casa editrice Fanucci nel mondo degli ebook. Questo perché i primi libri digitali pubblicati dall’editore romano sono proprio quelli di Philip K. Dick. E tra questi c’è anche quel Ma gli androidi sognano pecore elettriche? dal quale è stato poi tratto (con una certa libertà) il film capolavoro di Ridley Scott. Tra gli altri ce ne sono due che amo in modo particolare, e cioè Una svastica sul sole e quello che considero il capolavoro di Dick, ovvero Ubik. Su quest’ultimo da tempo si parla di un progetto cinematografico. Se ne sa poco. Resta il fatto che di tutta la produzione di Dick, questa storia è una delle poche a non avere ancora una versione per il cinema, nonostante Dick stesso ne avesse scritto una sceneggiatura. E lo trovo strano, sia perché in Ubik c’è una vera summa della poetica di Dick, sia perché è da questo libro che gran parte della fantascienza di oggi ha trovato le idee migliori. Gli ebook pubblicati da Fanucci costano 5 euro. Meno della metà del prezzo di copertina dei cartacei (quelli di Dick vengono 12,90). E soprattutto sono privi di drm, scelta che apprezzo in modo particolare. Perché i drm appesantiscono la fruizione di chi non ha troppa dimestichezza con il digitale (tra l’altro i meno propensi ad andarsi a cercare libri piratati per poi convertirli e tutto il resto) e non servono a molto con chi invece ha dimestichezza con il digitale, dato che scrivendo “togli i drm” sulla barra di ricerca di Google vengono fuori 62.100 siti (avevo detto la stessa cosa in un altro blog ma da allora sono aumentati di qualche migliaio) che spiegano come farlo con dovizia di particolari. Il modo per combattere la pirateria è tenere il prezzo molto basso e semplificare la fruizione.
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Prolegomena
Tannhauser è un luogo immaginario. Lo conosciamo solo grazie a quelle ultime splendide parole che il replicante Roy Batty ci lascia, come un testamento, nel momento in cui sente che la vita lo sta abbandonando. Come ex militare delle colonie extramondo ha potuto vedere con i suoi occhi cose meravigliose e lontane, tra cui questo posto dove ha visto i “raggi B balenare del buio”. Allitterazione indimenticabile. Credo sia un momento cinematografico di rara altezza, talmente forte da lasciarci un intero mondo in quelle poche parole. Da amante di Blade Runner ne ho seguito un po’ la storia, attraverso le varie versioni, e ho avuto modo di capire che attorno a quel breve monologo, diventato uno dei più importanti della storia del cinema, si incrociano storie e leggende, come accade in ogni cult. Il film è tratto dal romanzo di Philip K. Dick pubblicato in Italia con diversi titoli ma in originale Do androids dream of electric sheep? Un essere artificiale sogna esseri artificiali? E se un essere artificiale non sa di esserlo, cosa sognerà? Proprio il sogno è materia corrente nel film, soprattutto nella versione Director’s cut, in cui la scena dell’unicorno (sogno? ricordo?) offre una chiave di lettura soltanto accennata nella versione definita originale, quella che cioè uscì per prima nelle sale dopo che la produzione decise di modificare il finale. Nel romanzo non c’è traccia di quel monologo. Lo ha scritto lo sceneggiatore David Webb Peoples, al quale la produzione si affidò dopo gli interminabili dissidi tra un primo sceneggiatore, Hampton Fancher (che ha poi comunque continuato a seguire il progetto), e il regista, un promettente cineasta britannico che era al suo terzo film, Ridley Scott. Si dice che originariamente la sceneggiatura prevedesse un monologo più lungo, ma che sia stato poi Rutger Hauer a modificarlo, inserendo quel “come lacrime nella pioggia” che ne è uno dei passaggi più toccanti. Quando si dice che la scrittura è un processo collettivo, credo che si intenda questo.