Tante piccole cose da salvare

Il 7 dicembre si apre a Roma la manifestazione Più libri più liberi. È la decima edizione. Ricordo che in occasione della prima mi trovavo a Roma e andai a visitarla. Dieci anni fa. Però. A parte qualche più che giustificato forfait ci sono sempre andato. Quest’anno, poi, ho anche un motivo in più, perché il mio amico Daniele Marotta (qui il suo sito) presenta il suo libro Superzelda, una graphic novel realizzata insieme a Tiziana Lo Porto per Minimum Fax. Le voci che circolano sulla fiera della piccola e media editoria non sono delle migliori. E se non ci saranno i necessari finanziamenti, per l’undicesima edizione potrebbero esserci problemi seri. I grandi eventi sono simboli. Valgono come tali. Ma non solo. La mostra della piccola e media editoria ha un valore enorme per gli addetti ai lavori, come mi conferma ogni anno il mio amico Fernando Quatraro, il signor Effequ. Partecipare all’evento mette in relazione editori con altri editori e l’editoria è fatta di relazioni. Se tutto si fermasse a questo, però, sarebbe un evento solo per gli addetti ai lavori. Editori, scrittori, aspiranti scrittori, agenti. Proprio perché i grandi eventi sono dei simboli, è indiscutibile il loro valore nel mantenere alta l’attenzione su ciò che rappresentano. L’editoria ne ha bisogno. Al contrario, cancellarli vuol dire attaccare non solo un evento, ma anche ciò che quell’evento rappresenta. Ma nel momento in cui, giustamente, editori e autori si mobilitano pretendendo che Più libri più liberi resti a presidiare il proprio ruolo, è anche giusto ricordarsi che l’evento isolato rischia di rinchiudersi nell’autoreferenzialità se non è sostenuto e accompagnato da una politica dagli effetti quotidiani, pensata sul modello di tanti piccoli eventi, rivolta ai lettori. Che dalle nostre parti, sebbene in aumento, sono ancora pochi. Proprio sul sito dell’Aie trovo questi numeri. Tra il 2009 e il 2010 circa 968 mila lettori sono entrati nel mercato del libro. Il dato di riferimento è quello delle persone, con più di sei anni, che nell’arco degli ultimi dodici mesi hanno letto almeno un libro. Sono il 46,8 per cento della popolazione, nel 2010, con un più 1,7 rispetto al 45,1 del 2009. Nel 1965 erano il 16,2. Nel 1988 era al 36,6 e dieci anni dopo, nel 1998, era arrivato al 41,9. La crescita dei dieci anni successivi da questo ultimo dato è stata inferiore, portando la percentuale al 44 per cento nel 2008. Il numero dei lettori è cioè cresciuto di più tra la fine degli anni Ottanta e la fine degli anni Novanta che non nel decennio successivo, che ha comunque registrato in assoluto il numero più alto di lettori. I piccoli eventi sono rivolti a loro. Alle piccole comunità di lettori. E nell’ottica dei tanti piccoli eventi rientra ciò che di solito è offerto, con passione, dalle biblioteche e dalle librerie indipendenti, piccoli presidi quotidiani di cultura e lettura da salvaguardare con lo stesso impegno speso a difesa delle cose grandi.

Il Problema

In rete si parla di decrescita editoriale. Vediamo di capirci. L’idea parte da Marco Cassini (Minimum Fax) e proviene dal fermento nato attorno a TQ, il movimento di scrittori trenta-quarantenni che si è riunito a Roma con una serie di propositi. Il discorso è vasto e dai profili ancora incerti. In breve, limitandomi alla faccenda della decrescita, è stato messo in luce come la vita dei libri sia sempre più breve. Quelli che non vengono venduti dopo tre mesi (che sono davvero un lampo) possono essere restituiti dai librai come rese e sostituiti con altri titoli. Che fine fanno le rese? Di solito, il macero. Questo avrebbe contribuito a innescare una tendenza a produrre molti libri, tentando le perigliose vie del mercato con più carte da giocare. Quello che imbrocca la via giusta paga tutti gli altri. In questo periodo, però, di libri imbroccati ce ne sono meno. Saranno cambiate le esigenze del pubblico? Bella domanda. Fatto sta che la rincorsa alla quantità avrebbe messo gli editori in condizione di rinunciare alla qualità. Secondo Cassini. Più libri senza aumentare il reggimento di editor, addetti stampa, grafici e tutto il resto vuol dire tirarli via: un editing superficiale, promozione inesistente, copertine schiaffate lì a caso e via dicendo. Per tornare a una maggiore qualità, quindi, Cassini propone di pubblicare meno libri, sceglierli meglio e curarli di più. La qualità del libro in sé ne guadagnerebbe, ma la trovo una scelta di arroccamento. Jacopo De Michelis (Marsilio) mette in luce il rischio che una “decrescita” porti con sé una riduzione di fatturato e di conseguenza di lavoro culturale (di nuovo: editor, addetti stampa, grafici…). Ma soprattutto ricorda che l’editoria italiana è alle porte di un passaggio epocale: il digitale. Alla faccia della decrescita i libri rifiutati, che sarebbero molti di più, prenderebbero il largo con l’autopubblicazione e con distributori come Amazon, bypassando l’editore che perderebbe così il proprio ruolo. Il concetto è proprio quello sul quale mi ero soffermato nel post precedente. E se l’affollamento dei libri non fosse il vero problema? A quanto pare i libri pubblicati in Italia non sono più di quelli pubblicati negli altri luoghi europei. Il fatto è che dalle nostre parti se ne leggono (e quindi se ne comprano) di meno. Molti di meno. E questo è Il Problema. Qui di ricette non ne ha nessuno, ma personalmente trovo molto interessante l’iniziativa di Amazon di aprire sul kindle (in America) il prestito agli studenti per i libri di testo scolastici. In un colpo solo riduce la spesa delle famiglie e mette in mano ai ragazzi un aggeggio che serve per leggere. Mica male. E per tornare al discorso della decrescita, il digitale consentirebbe agli editori di risparmiare risorse su stampa e distribuzione, per poterle investire in quel valore aggiunto che (quando c’è) anche nell’eventuale “era digitale” li distinguerà sempre dall’autoproduzione: la cura del testo e dell’autore.