La rivincita dei paninari

Il Tribunale del Riesame di Padova ha disposto il dissequestro dei siti che erano stati sequestrati dal gip Lara Fortuna. Un sequestro preventivo, quello disposto dal giudice delle indagini preliminari, per 493 siti internet che riportavano nel dominio la parola moncler in base alla supposizione che potessero contenere materiale contraffatto in vendita. È bastato che un’azienda che produce piumini segnalasse questa eventualità, che un giudice ha oscurato quasi cinquecento siti internet, senza compiere mezzo accertamento. Il provvedimento è stato impugnato da Assoprovider e Aiip (Associazione italiana internet provider) e il Riesame, che lo ha accolto, ha ristabilito le misure, scongiurando il rischio che passasse il concetto del sequestro facile nel web. Perché è la semplicità con la quale agli utenti italiani è stato impedito l’accesso a cinquecento siti internet che lascia perplessi. Le motivazioni del provvedimento sono di un’ovvietà sconcertante, laddove lo sconcerto è dovuto al modo in cui tali ovvietà sono state evidentemente non colte dal gip. Il Riesame specifica:

Il provvedimento impugnato tende effettivamente a connotarsi per esorbitanza rispetto alla concreta acquisizione di elementi fattuali che consentano di evidenziare, chiaramente, acclarate condotte di contraffazione di capi con marchi Moncler. 

Il sequestro preventivo, insomma, ha bisogno di qualcosa che vada oltre il sospetto. Sembra scontato, ma non lo è. Stando ai dati riportati da Alessandro Longo su Wired, in Italia ci sono seimila siti web oscurati. Novecento per pedopornografia, 2.500 per scommesse e giochi non autorizzati e il resto per contraffazione, violazione del diritto d’autore e simili. La speranza è che tali sequestri siano stati decisi con argomenti un po’ più solidi di quanto è stato ritenuto sufficiente per abbuiare quei cinquecento siti web che avevano la parola moncler nell’indirizzo, rinviando a un momento successivo la noia di andare a vedere caso per caso se si trattasse di un blog di fan del noto piumino, tipo ritrovo di nostalgici dell’epica paninara anni Ottanta, o roba del genere. Stavolta è andata così. Se poi quanto accaduto a Padova detterà una linea da seguire, oscurare i siti sarà un po’ meno scontato. E con i tempi che corrono è un risultato da non sottovalutare.

C’era una volta il web

Annunciato il ritiro del comma 29 (vedremo se all’annuncio seguiranno i fatti), il Ddl sulle intercettazioni inizia a sembrare un provvedimento di gomma, da allungare e restringere in base al gioco di alleanze da mettere insieme. Un gioco di società, solo che al posto delle casette verdi e degli alberghetti rossi del Monopoli c’è la libertà di stampa. Merce di poco conto, da sacrificare o salvare a seconda delle esigenze del momento. La mobilitazione della rete, con lo sciopero di Wikipedia che ha fatto il giro del mondo, ha segnato un nuovo passo in avanti nella capacità del web di fare fronte alle aggressioni di chi vorrebbe una libertà di parola un po’ meno libera e con qualche parola in meno. E i tentativi sono quotidiani e arrivano da ogni dove. Fermato (per ora nelle intenzioni) il comma 29, arriva un giudice di Padova a impedire l’accesso ai siti che riportano nell’indirizzo del dominio una nota marca di giubbotti da paninari. Sequestro preventivo: nel dubbio, meglio oscurare. Di fronte al reiterato tentativo dell’Oligarchia di imporre a internet il suo Index, strani miasmi aleggiano nel web per alimentare le voglia di censura in un Far West normativo che una legge scritta nel 1948 dovrebbe governare. Sul tema si annuncia battaglia mediatica, ma striscia il rischio della diserzione politica. Stando ai dati di Openpolis dall’inizio della legislatura il governo avrebbe rischiato di andare sotto una volta su tre, ma c’ha pensato la cosiddetta opposizione con i suoi forfait a evitargli l’imbarazzo. Così, mentre Openpolis pubblica in rete i nomi degli assenteisti strategici, il web si conferma strumento del dissenso e in quanto tale è sempre sotto tiro. Torneranno alla carica. Su la testa.

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