Alla fine anche marzo va in archivio. Ci lascia il gasolio a 1,8 e un presidente del consiglio convinto di avere i sondaggi dalla sua. C’è questo articolo di Claudio Sabelli Fioretti che ho trovato significativo. La morale credo sia: torniamo a chiamare le cose con il loro nome. Un governo che annuncia riforme epocali (sull’articolo 18 Cofferati portò in piazza tre milioni di persone dieci anni fa) può continuare a definirsi “tecnico”? Cosa lo distingue da un governo “politico”? Il fatto di essere sostenuto da partiti che, almeno sulla carta, dovrebbero appartenere a schieramenti opposti è sufficiente a confermare questa dicitura? Intendiamoci, il governo Monti è sostenuto da un’ampia maggioranza parlamentare e quindi è pianamente legittimato ad andare avanti. Ma dal momento che sta esprimendo una chiara politica di impronta liberista, per quale motivo questa deve passare per “scelta tecnica”? Forse per avvalorare il convincimento che sia l’unica possibile? Me lo chiedo perché quando per far passare un concetto si rende necessario cambiare nome alle cose di solito quel concetto è falso. Solo che “tecnicamente” nessuno se ne accorge. Lo strano è che quando provo a spiegare a mio figlio che la supposta che gli sto preparando è una “scelta tecnica” lui, al contrario di molti altri, non ci crede.
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Virus
La strage di Firenze, il rogo di Torino. C’è un filo che collega tutto, nella deriva che sta intrappolando il belpaese. È tempo di porci domande, senza ansia di risposte immediate ma piuttosto con il desiderio di mettere in discussione qualche certezza ritenuta acquisita con troppa facilità. È tempo di farlo. A partire dall’eredità che questi ultimi vent’anni ci stanno lasciando. Un’eredità di contrapposizione, di una parte contro l’altra. Quando i tempi si fanno duri è facile che nella pancia del paese si facciano strada rancori e pensieri distorti ammorbati di odio. Avere un nemico, qualcuno da odiare, è consolatorio. E il disastro incombe quando anziché disinnescare questi cortocircuiti c’è chi decide di alimentare quelle pulsioni per trarne vantaggio, sostegno, potere. Se Casseri era un pazzo isolato la stessa comoda ammissione non vale per chi ha inneggiato a ciò che ha fatto, per chi tollera una svastica o fa finta di non vederla, per chi condanna il gesto e subito pronuncia un «ma» o un «però». Sono soltanto diversi livelli di contagio, ma il virus è lo stesso. E si è diffuso. Per questo, l’unico gesto che può veramente avere un senso in memoria di Samb Modou e Diop Mor è fermarsi il tempo che serve per guardarsi allo specchio e chiederci se davvero ne siamo rimasti immuni.
Maltempo: paghiamo i danni con l’8 per mille
Passata la rabbia, consumato il dolore, arriverà il momento di fare i conti. Mentre scorrono i titoli di coda del governo Berlusconi, sul belpaese continua piovere e la pioggia continua a far vittime. Quanto ci è costato questo autunno? Di quanti soldi avremo bisogno? Chi ce li metterà? L’ultima domanda è la più semplice. Siccome in questo strano paese ogni anno la pioggia crea disastri, è più o meno scontato che ogni anno serviranno dei soldi per riparare a questi sfracelli. Danni all’agricoltura, danni alle case, persone che perdono tutte le loro proprietà, centri abitati travolti dal fango. È evidente che serve un fondo di solidarietà nazionale che ogni anno intervenga a riparare i danni dovuti alla pioggia e alla pessima gestione del territorio che è stata fatta fino ad oggi. Questo fondo in parte già esiste ed è possibile contribuirvi con l’8 per mille dell’Irpef. Solo che non lo sa nessuno. Sul sito del governo italiano leggo:
Ogni cittadino che presenta la dichiarazione dei redditi può scegliere la destinazione dell’8‰ del gettito IRPEF tra sette opzioni: 1. Stato; 2. Chiesa cattolica; 3. Chiesa cristiana avventista del settimo giorno; 4. Assemblee di Dio in Italia; 5. Unione delle Chiese metodiste e valdesi; 6. Chiesa evangelica luterana in Italia; 7. Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. La scelta si compie mettendo la propria firma sul modello fiscale in corrispondenza dell’istituzione prescelta.
Andando poi a vedere come vengono usati i soldi dell’8 per mille che vengono assegnati allo Stato, leggo questa ulteriore ripartizione:
1. Fame nel mondo – Gli interventi sono diretti alla realizzazione di progetti finalizzati all’obiettivo della autosufficienza alimentare dei Paesi in via di sviluppo nonché alla qualificazione di personale endogeno da destinare a compiti di contrasto delle situazioni di sottosviluppo e denutrizione, che minacciano la sopravvivenza delle popolazioni ivi residenti.
2. Calamità naturali – Gli interventi sono diretti ad attività di realizzazione di opere, lavori o interventi concernenti la pubblica incolumità o al ripristino di quelli danneggiati o distrutti a seguito di avversità della natura, di incendi o di movimenti del suolo. Tra i detti interventi rientrano la ricerca finalizzata, il monitoraggio, la ricognizione, la sistemazione ed il consolidamento del territorio.
3. Assistenza ai rifugiati – Gli interventi sono diretti ad assicurare a coloro cui sia stato riconosciuto lo status di rifugiato secondo la vigente normativa o, se privi di mezzi di sussistenza e ospitalità in Italia, a coloro che abbiano fatto richiesta di detto riconoscimento, l’accoglienza, la sistemazione, l’assistenza sanitaria e i sussidi previsti dalla normativa vigente.
4. Conservazione di beni culturali – Gli interventi sono volti al restauro, alla valorizzazione, alla fruibilità di beni immobili o mobili, anche immateriali, che presentino un interesse architettonico, artistico, storico, archeologico, etnografico, scientifico, bibliografico ed archivistico.
Mettiamo per un attimo da parte il punto 4, che parla di beni culturali e architettonici (nella maggior parte dei casi sono chiese e quindi anche destinando soldi allo Stato in qualche modo li restituiamo alla Chiesa cattolica, per esempio qui la ripartizione del 2009) mi chiedo per quale motivo, quando ogni anno arriva il momento di scegliere la destinazione del nostro 8 per mille, non vediamo mai una pubblicità, una comunicazione, un qualcosa che ci spieghi come sono stati usati quei soldi dallo Stato. È bene ricordarcelo, per esempio, ogni volta che viene istituita una nuova tassa di solidarietà per riparare a questi disastri (eventi naturali che, ricordiamolo, diventano disastri a causa della disastrosa gestione del territorio). Perché solo l’1,43 per cento degli italiani sceglie di dare l’8 per mille allo Stato. E quell’1,43 per cento stride con i dati che vengono sbandierati ogni volta che ci sono sottoscrizioni o raccolte di fondi per la solidarietà. Basterebbe dare alla contribuzione dell’Irpef la stessa visibilità di Telethon, per esempio, o della Partita del cuore. Basterebbe pretendere un po’ più di trasparenza. Oppure siamo davvero convinti che novantotto italiani e mezzo su cento preferiscano versare i soldi alla Chiesa? Sull’orlo del default, il governo che verrà (se verrà) non potrebbe cogliere l’occasione anche per occuparsi di certe cose?
Triste storia di luoghi comuni
Di alluvioni è tristemente ricca la nostra storia. In Toscana, dove vivo, la gente ne ricorda diverse. L’altro giorno, mentre stavo comprando il pane, una signora mi ha raccontato di quando a pochi anni trascorse la notte sul tetto di casa, con i genitori che la tenevano per le mani, mentre attorno a loro scorreva un fiume di fango. Certo oggi il clima sarà anche impazzito, tra meduse tropicali e ghiacciai che si squagliano, ma di disastri dovuti al maltempo ce ne ricordiamo parecchi e accadono oggi le stesse cose che accadevano quando il clima era ancora sano di mente. Questo perché non perdiamo mai la pessima abitudine di pensare che il male arrivi sempre da fuori, che sia imprevedibile o che come la collera divina arrivi all’improvviso a ripulire antichi peccati. E ogni volta va in onda il caro vecchio finale consolatorio in cui è sempre il destino cinico a baro a infliggerci i suoi colpi peggiori. Assumerci le nostre responsabilità, invece, vorrebbe dire fermarci un paio di giorni a fare i conti dei condoni edilizi, delle grandi opere che hanno massacrato il territorio, delle cementificazioni, delle cave, delle gallerie che hanno sventrato montagne per infilarci dentro treni ad alta velocità. Ma questo non per fare il mea culpa e inginocchiarci sui ceci secchi a chiedere perdono. Verrà il tempo in cui i responsabili dovranno chiedere scusa e chi crederà ancora nell’etica del perdono potrà conceder loro il proprio. Fermarci un paio di giorni a capire cosa abbiamo fatto noi tutti direttamente, ognuno nel proprio piccolo, e i governanti ai quali noi tutti abbiamo affidato il nostro territorio servirebbe a rinunciare a quell’idea cretina di sviluppo che passa sempre solo e soltanto attraverso la costruzione della Grande Opera che crea lavoro. Se il Titanic sul quale stiamo viaggiando si salverà dal naufragio (e non è così scontato che ce la faccia) avremo l’opportunità di comprendere gli errori compiuti, le ferite inferte al territorio che non si rimargineranno mai più. Se questa consapevolezza riuscirà a farsi strada nel nostro pensiero collettivo, quando qualche amministratore proporrà di costruire ponti, autostrade, gallerie e altri monumenti al dio del cemento magari riusciremo a renderci conto che l’unico sviluppo che tutto questo può garantire è quello dei conti correnti di chi va a costruire, pagato con i nostri soldi e con il nostro ambiente. Lo so, sono luoghi comuni. Talmente comuni che ancora si vincono le elezioni con le Grandi Opere, convincendo le persone che farsi passare un’autostrada sopra la testa può portare loro incredibili vantaggi economici. Luoghi talmente comuni che ogni volta la necessità di realizzare la Grande Opera è ribadita da maggioranza e opposizione, come per il treno ad alta velocità che ha massacrato l’Appennino toscoemiliano, deviando il corso di fiumi e prosciugando falde acquifere. È la nostra storia. Quella che ha reso anche i disastri dei luoghi comuni.
Quale storia saremo
Un giorno gli studenti di storia affronteranno il capitolo dedicato ai moti degli anni Dieci. Forse leggeranno che una delle principali cause delle sommosse fu l’incapacità della politica a governare le difficoltà delle decadi precedenti, a intercettare la richiesta di cambiamento prima che precipitasse in una richiesta di aiuto. Leggeranno che gli anni Dieci si sono aperti la morte di Osama bin Laden, il Grande Nemico dell’Occidente, e di Muammar Gheddafi, che qualcuno ha considerato il Grande Amico dell’Occidente. Leggeranno del sospetto che entrambi i proiettili siano stati esplosi dalla stessa pistola per coprire verità scomode. Ma leggeranno anche che in Occidente gli anni Dieci si sono aperti con gli Indignados in piazza Puerta del Sol a Madrid e poi con gli scontri in piazza San Giovanni a Roma e in piazza Sintagma ad Atene. Con la richiesta di legislazioni speciali per fermare l’onda che stava montando. Leggeranno di un’Italia disastrata da una crisi economica che per troppo tempo è stata percepita come il punto di vista dei pessimisti, una verità di parte alla quale l’altra parte ha opposto la sua visione di una società in cui a parlare di crisi erano i soliti malcontenti quando in realtà tutti gli italiani non se la passavano affatto male. Leggeranno che tra quelli che invece se la passavano male eccome a un certo punto qualcuno si è messo un cappuccio in testa e ha iniziato a sfasciare tutto. Mentre sulla sponda opposta del Mediterraneo una voglia di libertà espressa anche a colpi di fucile ha ridisegnato gli assetti politici dell’Africa. E allora, forse, quando questi eventi saranno finalmente inseriti nello stesso capitolo, le connessioni che oggi stentiamo a cogliere saranno più chiare. Ma saranno già storia. Quella che stiamo per scrivere noi.
Prima che sia troppo tardi
Nelle principali piazze dell’Occidente è andato in onda il primo capitolo del post capitalismo. L’idea che la storia fosse finita in un modello economico e sociale privo di margini di miglioramento si è sgretolata in via definitiva sotto la pressante richiesta di un modello economico e sociale che deve essere ripensato partendo dal basso. Questo sarebbe dovuto accadere anche nel nostro paese. Una moltitudine di pensionati, precari, studenti, artisti, cittadini che portava con sé quelle istanze di ripensamento globale è scesa in strada per parlare di questi argomenti. Ma la sua voce è stata spezzata. Quella moltitudine è stata dispersa e ridotta al silenzio da una guerriglia urbana che non è avvenuta in nessun altro paese. Centinaia di guerriglieri incappucciati hanno messo sotto assedio la manifestazione che un corteo di duecentomila persone avrebbe voluto raccontare. Si sono prima divisi a piccoli gruppi, mimetizzandosi in mezzo agli altri manifestanti. Lungo il percorso verso piazza San Giovanni hanno spaccato qualche vetrina, distrutto qualche bancomat, incendiato qualche auto. Ma è in piazza San Giovanni, il luogo simbolo del culto del lavoro consacrato dalla sinistra, che quell’armata si è ritrovata per il gran finale. E il delirio che si è scatenato ha ingoiato tutto il resto. Rimettere insieme i pezzi di quella che doveva essere una grande manifestazione, un nuovo punto di partenza, e che è invece stata una catastrofe assoluta, vuol dire non solo interrogarsi sui madornali sbagli che sono stati commessi da tutte le parti, ma anche impegnarsi in una riflessione che guardi a questo deragliamento in modo critico. Che serva a guardarci dentro. Uno dei miei album preferiti da sempre si conclude con queste parole: per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti.
C’era una volta il web
Annunciato il ritiro del comma 29 (vedremo se all’annuncio seguiranno i fatti), il Ddl sulle intercettazioni inizia a sembrare un provvedimento di gomma, da allungare e restringere in base al gioco di alleanze da mettere insieme. Un gioco di società, solo che al posto delle casette verdi e degli alberghetti rossi del Monopoli c’è la libertà di stampa. Merce di poco conto, da sacrificare o salvare a seconda delle esigenze del momento. La mobilitazione della rete, con lo sciopero di Wikipedia che ha fatto il giro del mondo, ha segnato un nuovo passo in avanti nella capacità del web di fare fronte alle aggressioni di chi vorrebbe una libertà di parola un po’ meno libera e con qualche parola in meno. E i tentativi sono quotidiani e arrivano da ogni dove. Fermato (per ora nelle intenzioni) il comma 29, arriva un giudice di Padova a impedire l’accesso ai siti che riportano nell’indirizzo del dominio una nota marca di giubbotti da paninari. Sequestro preventivo: nel dubbio, meglio oscurare. Di fronte al reiterato tentativo dell’Oligarchia di imporre a internet il suo Index, strani miasmi aleggiano nel web per alimentare le voglia di censura in un Far West normativo che una legge scritta nel 1948 dovrebbe governare. Sul tema si annuncia battaglia mediatica, ma striscia il rischio della diserzione politica. Stando ai dati di Openpolis dall’inizio della legislatura il governo avrebbe rischiato di andare sotto una volta su tre, ma c’ha pensato la cosiddetta opposizione con i suoi forfait a evitargli l’imbarazzo. Così, mentre Openpolis pubblica in rete i nomi degli assenteisti strategici, il web si conferma strumento del dissenso e in quanto tale è sempre sotto tiro. Torneranno alla carica. Su la testa.
Cinguettando sotto la pioggia
«Chuck Norris imbocca contromano il tunnel Gelmini» è stato uno dei miei preferiti. Ma anche «L’ingresso nel tunnel Gelmini è la botola di Lost» non era male. E di certo ha avuto ragione chi ha detto che «Test clinici dimostrano che ormai qualsiasi cazzatta scrivi sul tunnel Gelmini fa ridere e viene retwittata». Il comunicato stampa del ministro Gelimini ha fatto il giro della rete. Si stringe la morsa del ridicolo attorno al governo del belpaese. Dal web 2.0 avanza la voglia di demolirne a forza di risate quello che resta e riprendersi gli spazi che il sonno collettivo dell’ultimo ventennio ha affidato a una corte di saltimbanchi. E mentre l’orchestrina del Titanic suona un vecchio successo di Caparezza («siamo fuori dal tunnel – el – el del divertimento – oo – oo»), gli assistenti di studio hanno già iniziato a smontare la scenografia del dibattito, in cui il nulla viene condito col niente. Stiamo andando a rotoli, piove a dirotto, ma vince la voglia di ridere, come rituale collettivo per esorcizzare la notte della ragione. Ci siamo? Come tanti neutrini, quella che vediamo là in fondo, è davvero la luce alla fine del tunnel?
Sunset Boulevard
La fine è vicina. In un modo o nell’altro è chiaro che stiamo arrivando alla conclusione di un ventennio che si è aperto su una panoramica di culi e tette e che con lo stesso profilo si sta avviando al tramonto. L’esplicitarsi del sesso da tratto dominante della più scadente cultura popolare si è trasferito nelle stanze del Potere, consegnandoci un immaginario collettivo in cui la massima aspirazione del potente è un ruolo da protagonista nel remake di un qualche capolavoro nostrano tipo La poliziotta fa carriera. Uno scenario desolante, il cui unico merito è stato quello di aver mostrato, involontariamente, gli aspetti meno presentabili del moderno Reame delle Favole: quel mondo in cui sono precipitate, avvinghiate tra loro, televisione e politica.
L’eterno ritorno della politica trash
Sono ripresi i programmi di approfondimento politico. Quelli che una volta si chiamavano in quel modo. L’impressione che si ha provando ad ascoltare il confronto tra Alfano e Bersani, ospitato da Ballarò l’altra sera, è che siano tutti rimasti lì dentro, come in una specie di enorme frigorifero, e ripiazzati davanti alle telecamere non appena le luci dello studio hanno segnalato che la trasmissione era tornata in onda dopo la pausa estiva. Vivono tutti in quello sgabuzzino, come le maschere di carnevale, e vengono tirati fuori e messi davanti alle telecamere un tanto al chilo a seconda del programma. Il discorso politico è ormai squisitamente vuoto. Non ha bisogno di un contesto. Nel mondo potrebbe anche non accadere niente come potrebbe accadere tutto, il confronto politico continuerebbe indisturbato uguale a se stesso. Non ha bisogno di aggiornarsi, come dimostra Alfano che parlando della crisi tira in ballo l’operato di un altro governo di ormai quasi quattro anni fa. Non servono contenuti a quella che Gianpietro Mazzoleni e Anna Sfardini definiscono «politica pop», o all’infotainment, come lo chiamano coloro convinti che insieme all’intrattenimento ci sia ancora qualche rimasuglio di informazione. Ma che, purtroppo, si sbagliano.