TANNHAUSER

Cinguettando sotto la pioggia

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«Chuck Norris imbocca contromano il tunnel Gelmini» è stato uno dei miei preferiti. Ma anche «L’ingresso nel tunnel Gelmini è la botola di Lost» non era male. E di certo ha avuto ragione chi ha detto che «Test clinici dimostrano che ormai qualsiasi cazzatta scrivi sul tunnel Gelmini fa ridere e viene retwittata». Il comunicato stampa del ministro Gelimini ha fatto il giro della rete. Si stringe la morsa del ridicolo attorno al governo del belpaese. Dal web 2.0 avanza la voglia di demolirne a forza di risate quello che resta e riprendersi gli spazi che il sonno collettivo dell’ultimo ventennio ha affidato a una corte di saltimbanchi. E mentre l’orchestrina del Titanic suona un vecchio successo di Caparezza («siamo fuori dal tunnel – el – el del divertimento – oo – oo»), gli assistenti di studio hanno già iniziato a smontare la scenografia del dibattito, in cui il nulla viene condito col niente. Stiamo andando a rotoli, piove a dirotto, ma vince la voglia di ridere, come rituale collettivo per esorcizzare la notte della ragione. Ci siamo? Come tanti neutrini, quella che vediamo là in fondo, è davvero la luce alla fine del tunnel?

Viaggiare informati

Entusiasta per l’esito dell’esperimento eseguito dal Cern, il ministro Mariastella Gelimini ha voluto precisare che «alla costruzione del tunnel tra il Cern e il laboratorio del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito con uno stanziamento ad oggi stimabile attorno ai 45 milioni di euro». Difficile interpretare male queste parole. Anche se l’ufficio stampa del ministro è corso ai ripari accusando il resto del mondo di una polemica strumentale, le parole sono chiare e non si prestano a letture ambigue. Tra le reazioni, quella dei ricercatori universitari della Rete 29 Aprile contribuisce a fare chiarezza sull’argomento, mettendo in risalto la gaffe ministeriale: «Nessun tunnel ma un fascio di neutrini che è stato ‘sparato’ dal Cern di Ginevra per un viaggio sotterraneo che dura 2,4 millisecondi, raggiunge la profondità massima di tre chilometri per effetto della curvatura terrestre e termina al Gran Sasso, dove il fascio è ‘fotografato’ da un rilevatore e ne viene misurata la velocità. Quindi tranquilli, soprattutto i cittadini di Firenze che si trovano sulla traiettoria: il viaggio delle particelle, perfettamente rettilineo, non impegna nessuna struttura costruita dall’uomo; e nessuno potrà usare tale esperimento per giustificare una nuova Tav sotto il Trasimeno». Appurato che tra il Gran Sasso e Ginevra non c’è alcun tunnel, c’è chi si chiede, giustamente, per cosa siano stati spesi quei 45 milioni di euro, sperando che il governo non li abbia davvero pagati a qualche impresa privata che prometteva di realizzare l’opera, un po’ come comprare la fontana di Trevi da Totò. La reazione del web è stata colorita. Su twitter l’argomento #tunnelgelmini ha prodotto un flusso continuo di messaggi che è andato avanti per giorni ridicolizzando in ogni declinazione possibile l’uscita del ministro. Qualcosa del genere era già successo quando durante la campagna elettorale per le amministrative di Milano il candidato del centrodestra, Letizia Moratti, aveva accusato il suo avversario, Giuliano Pisapia, di aver avuto legami con ambienti terroristici. Una strategia del “colpo definitivo” che richiede di sparare qualcosa di veramente grosso alla fine di un confronto, nella logica della politica intesa come sublimazione del battibecco, il cui scopo non è parlare di amministrazione della cosa pubblica ma mettere a segno punti attraverso slogan e frasi brevi. La Moratti c’ha provato. Ed è stato in quel momento che ha perso. Perché la sua uscita l’ha esposta a un’esplosione di risate che ha attraversato il web. Il gruppo nato su facebook È tutta colpa di Pisapia conta ancora circa settantamila iscritti, e in questo momento l’ultimo messaggio postato sulla pagina è «Pisapia ha multato i neutrini per eccesso di velocità…», il che ci riporta all’oggi.

Il popolo viola

Di esempi ce ne sarebbero altri, uno su tutti il recente #colpadeimedia su twitter, ma tutti sembrano voler sottolineare la stessa cosa: che nei social network, e forse più in generale in quello che chiamiamo web 2.0, i cittadini hanno trovato uno strumento in cui sviluppare una nuova consapevolezza critica, rafforzata dalla connessione con gli altri. È forse il momento di mettere tutto insieme e aprire un’analisi di una fase che comprenda la nascita del popolo viola e le prime manifestazioni organizzate attraverso internet, l’informazione incanalata attraverso i blog, la capacità di mobilitazione dei social network nei quali hanno trovato spazio istanze che si sono dimostrate meno minoritarie di quanto trasparisse dai vecchi media. Mi viene subito in mente la pagina di facebook Vaticano pagaci tu la manovra finanziaria che ha raggiunto quasi 150 mila adesioni. Prima della rete, tutto questo non c’era. Prima della rete se in un comunicato governativo un ministro si fosse inventato un tunnel di circa 750 chilometri, un’immediata rettifica avrebbe chiuso la faccenda. Come probabilmente il silenzio televisivo sui referendum di giugno avrebbe chiuso la partita con l’ormai abituale vittoria della coalizione formata da contrari a cambiare, astenuti e disinformati. La maggioranza silenziosa. Anche in questo caso il web ha avuto un ruolo di rottura. Il muro della televisione è stato sfondato. Il dibattito oscurato si è trasferito nel web. Chi non vuole rassegnarsi a questa lettura sostiene che il risultato è stato dovuto a temi particolarmente sentiti (acqua pubblica, nucleare e legittimo impedimento). Possibile, certo, però è bene ricordare che l’ultimo referendum per il quale è stato raggiunto il quorum risaliva al 1995. Prima di quelle di giugno ci sono state cioè altre sei consultazioni referendarie nessuna delle quali ha raggiunto il quorum. E i temi non erano così secondari: carriere dei magistrati, legge elettorale, rimborsi elettorali (leggasi finanziamento pubblico ai partiti), separazione delle carriere per i magistrati, abrogazione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, procreazione assistita e fecondazione eterologa, ancora legge elettorale. A parte il referendum nel 1999, sull’abolizione della quota proporzionale della Camera dei Deputati, che nonostante fosse un argomento molto tecnico portò all’urna il 49 per cento degli elettori (il 91 favorevole all’abrogazione), tutti gli altri hanno riscosso un interesse tra il 25 per cento e il 30 per cento degli aventi diritto. Quelli di quest’anno hanno raggiunto il 55 per cento. Negare il ruolo dei nuovi media è negare l’evidenza.

I pirati tedeschi

Allargando lo sguardo, pur restando nel confine del vecchio continente (l’orizzonte potrebbe arrivare alla primavera araba, ma un solo post non basta) è proprio attorno al web che si sono strutturati in Svezia e in Germania i partiti dei pirati che alle elezioni rispettivamente del 2009 e di quest’anno hanno ottenuto il 7 per cento e l’8,5 per cento. In buona parte è stata l’incapacità dei partiti tradizionali di capire e interpretare le istanze che arrivavano da questi segmenti della popolazione a far sì che questi movimenti si strutturassero in soggetti autonomi anziché, come sarebbe stato preferibile, attraversassero l’intero arco politico. Ma è innegabile il ruolo che questi movimenti hanno avuto nel portare certi temi all’attenzione della massa. La strategia della conservazione impone di etichettare ogni forma di novità con termini dal sapore negativo. In questo caso, si parla di antipolitica. Se per politica si intende la pornocrazia che sta accompagnando il belpaese al default economico, essere antipolitici sarebbe un vanto. Ma se per politica continuiamo a intendere ciò che ha per oggetto il governo della cosa pubblica, le istanze avanzate dai movimenti sono molto più aderenti a questa definizione che non buona parte di ciò che va in onda nei dibattiti televisivi. Ciò che la rete sta veicolando è al contrario la rinascita di un pensiero politico che vuole andarsi a sostituire all’antipolitica che ormai da anni dilaga. Che si culla nell’illusione in cui l’hanno abbandonata le teorie di Fukuyama sulla definitiva affermazione di questo modello capitalista come unico orizzonte possibile della democrazia librale. Che finge di confrontarsi sui temi dell’attualità e che cerca invece di segnare punti con slogan, battute, frasi brevi e più in generale espedienti retorici ormai logori. Che ha legato il proprio destino a quello del mezzo televisivo, diventando espressione massima di quella forma di degenerazione dell’intrattenimento che scavando nel privato delle persone restituisce al pubblico l’assoluta personalizzazione dei suoi contenuti. Ed è infatti fuori dal mezzo televisivo che nasce quel pensiero, politico, che vuole tornare a proporre una sua visione del mondo, passando attraverso una rimodulazione della società dei consumi, interpretata in modo più sostenibile, e un ruolo più attivo dei governati non più equiparabili allo status di sudditi. La società è cambiata ogni volta che sono cambiati i suoi media, come ci ha insegnato tra gli altri Gino Roncaglia, che ha fissato la prima rivoluzione nel passaggio dall’oralità alla scrittura, la seconda nel passaggio dal rotolo al libro, la terza dal manoscritto alla stampa e la quarta dalla stampa al digitale. E se al passaggio dal manoscritto alla stampa è seguita la Riforma che ha ridisegnato il mondo, spezzando un monopolio culturale che ristagnava da più di mille anni, è lecito aspettarsi dai nostri tempi la sconfessione definitiva delle teorie sulla fine della storia. Perché tornando a quanto sta accadendo dalle nostre parti, è proprio nel digitale che quella politica fatta di culto della personalità sta trovando la propria nemesi, la propria sconsacrazione. Come se la collettività, la cui consapevolezza si è evoluta grazie alla condivisione delle informazioni, abbia scoperto il ridicolo in quei simulacri che fino a poco tempo fa adorava. E abbia deciso di toglierli di mezzo, con una risata, a colpi di tweet.

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Written by Riccardo

26 settembre 2011 a 09:26

2 Risposte

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  1. La mia preferita era quella che chiedeva ai neutrini in sorpasso di non sfanalare, tanto sarebbero arrivati comunque prima della luce.
    Comunque, tornando al discorso iniziale, è stato interessante vedere che ci è voluta un’intera settimana per avere un capo espiatorio, vale a dire il portavoce del ministro che comunque conserva il suo ruolo di dirigente del ministero (ruolo per il quale ha un contratto di diritto privato). Semplicemente smette di fare il portavoce. Mi pare evidente che hanno dovuto in qualche modo comprarlo…
    Il distacco tra popolo del web e quella società civile che con il web non può o non vuole (per età, per cultura, per snobbismo…) avere a che fare sta diventando sempre di più un baratro. E comunque ancora non si riesce a portare tutta l’indignazione che gira sul web in altro luogo che il web non sia. Come se servisse la tutela dell’anonimato di un nickname per far percepire come legittimo il diritto di incazzarsi. Perché politica è diventata una brutta parola in Italia, ma anche arrabbiati non è da meno. E tutto questo in un mondo dove gli indignados stanno avendo al meglio, dalla Spagna alle strade intorno a Wall Street.

    Ivonne

    3 ottobre 2011 at 11:56

  2. Ciao Ivonne, benvenuta su Tannhauser. La cosa divertente (prendiamola a ridere) è che il ministro ha subito detto che si trattava di un fraintendimento però poi, dopo una settimana di cinguettio, si è dimesso il suo portavoce. Si sono fraintesi tra loro o si è dimesso perché ha scritto una cretinata? E il ministro della ricerca scientifica non se ne è accorta che era una cretinata lunga più di 750 chilometri? Quanto successo in rete però è la dimostrazione che qualcosa è cambiato. Che il livello di insofferenza è cresciuto e che raccontare cretinate oggi inizia a farsi più difficile. La campagna elettorale per le amministrative di Milano e quella per i referendum credo ne siano la riprova più diretta. E l’Oligarchia inizia a capirlo. È vero come dici che c’è un abisso tra gli utenti di internet e chi continua a informarsi tramite il Tg1, ma l’uso di internet si sta allargando anche dalle nostre parti, soprattutto grazie agli stessi social network che hanno veicolato la roboante risata che ha sommerso il ministro ed è poi rimbalzata sui media tradizionali (non tutti, ovviamente, qualcuno ha preferito insistere sul nuovo modello della Ferrari). Portare l’indignazione fuori dal web è la chiave di volta. Ma i segnali non mancano: un milione e duecentomila firme per un referendum sulla legge elettorale che il principale partito di opposizione non ha ancora deciso se appoggiare o meno mi sembra un ottimo esempio di risveglio. Certo non basta. Diciamo che oltrepassare questa fase legata soprattutto all’estemporaneità sarà il prossimo orizzonte verso il quale muoversi.

    Riccardo

    3 ottobre 2011 at 16:25


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